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Due strade per l'asilo: quella dei cavalli e quella del ghiaccio

due bambine Il luogo è Castellazzo Bormida, un paese di circa 5.000 abitanti in provincia di Alessandria, in Piemonte, ed era il 1954 o il 1955.

Casa nostra era in piazza, e all'asilo ci andavo da sola perché mia sorella maggiore ormai era alle elementari… Ricordo benissimo un giorno di sole in cui passando davanti al cancello della Cima mi sono guardata intorno, c'era la neve alta e tutto quel bel bianco e quel bel silenzio di quando c'è la neve, e provando una sensazione molto forte e molto piacevole ho pensato “Beh, ormai sono grande!”, avevo 4 o 5 anni… Ma il racconto che voglio fare adesso non è questo… è quello della strada dell'asilo, che poi erano due, due strade per l'asilo. Una larga, bella dritta, quasi sempre con il sole, poi in fondo si girava a sinistra, dopo la casa della Cima, e poi c'era un pezzetto di strada col pavè e si arrivava all'asilo.

L'altra non la prendevo mai per andare all'asilo, comunque si passava sotto l'arco in fondo alla piazza, subito a sinistra, e poi a un certo punto si girava a destra e si sbucava quasi vicino al portone dell'asilo. Insomma andavo sempre dalla strada larga: uscivo di casa, attraversavo la piazza, continuavo dritto e poi giravo a destra, ed ero arrivata. Invece per tornare cambiavo. Delle volte la strada grande, e delle volte la strada stretta, che poi sbucava in piazza da sotto l'arco. Sotto l'arco c'era un ferracavalli!

L'odore del corno bruciato, i cavalli che nitrivano un po' spaventati (anche io…), tutto buio con le scintille del fuoco e gli uomini che parlavano forte anzi gridavano al cavallo eh, stà fermo, hiii, una cosa molto strana, avrebbe quasi potuto fare paura se non fosse stato che bastava girarsi indietro e si vedeva tutta la piazza bella grande, col negozio di Cereda, il pergolato della casa della farmacia e in fondo le panchine e l'insegna del Cannon d'oro. (Infatti delle volte uscivo di casa proprio per andare lì, guardavo un po' cosa succedeva e non mi convinceva tanto, anche se mi interessava guardare, delle volte.)

Quando uscivamo dall'asilo - io ci stavo benissimo all'asilo, ci andavo molto volentieri - di solito ci incamminavamo tutti per la strada larga, che aveva anche un posto che ci piaceva moltissimo: la fabbrica del ghiaccio.

Nella fabbrica del ghiaccio si entrava da un portone grandissimo, di legno, che era sempre aperto, e dentro c'erano dei tavoloni enormi con sopra le sbarre rettangolari del ghiaccio appoggiate e una rotella che girava a velocità pazzesca e le tagliava a blocchi facendo un gran rumore con tutte le scheggioline del ghiaccio che schizzavano di qua e di là e i padroni della fabbrica, che erano marito e moglie molto simpatici, che ci dicevano: bambini state alla larga! attenzione! e d'estate ci facevano cantare le canzoni che avevamo imparato quel giorno, oppure le poesie, e poi ci davano dei pezzi di ghiaccio belli bianchi e puliti e facevamo tutta la strada fino a casa mangiando il ghiaccio e lo tenevamo un po' in una mano e un po' nell'altra per non farci bruciare dal freddo. Molto bello: prima cantare e loro stavano ad ascoltarci sul serio, poi mangiare il ghiaccio, ridevamo molto perché bruciava, molto buono.

Delle volte invece giravo subito a destra, non lo so perché. Delle volte avevo voglia di girare di lì, di solito da sola, e lo sapevo che c'era qualcosa di strano in quella strada, ma delle volte avevo voglia di passare di lì: tutto diverso. La strada era più stretta, sempre in ombra, coi muri alti e grigi e con il muschio sopra perché era umido, e le finestre erano finestre chiuse e con le inferriate vecchie e sembrava che dentro non ci fosse nessuno. Camminavo col cuore un po' in sospeso, un bel pezzo dritto e poi si girava a sinistra e quella era veramente una svolta pericolosa perché sembrava di essere dentro quella strada, non si vedeva né la strada del ghiaccio né la luce della piazza, sentivo sempre una leggera sensazione di pericolo, ma non di pericolo vero, lo sapevo che non c'era da avere paura, ma un po' di paura ce l'avevo sempre, e un sacco di volte prima della curva cominciavo a correre e correvo fino a quando vedevo il ferracavalli, allora rallentavo sennò pensavano che ero matta, e arrivavo all'arco abbastanza agitata: fatto!

Delle volte quando tornavo a casa la mamma mi chiedeva: Franchina, che strada hai fatto per venire a casa? Me lo chiedeva così, tanto per parlare, io potevo fare la strada che volevo, ma spessissimo rispondevo sbagliato, cioè dicevo “dalla strada del ghiaccio” e invece ero passata dalla strada dei cavalli, oppure dicevo “dalla strada dei cavalli” e invece ero passata dal ghiaccio. Non potrei dire che erano bugie, anche se lo erano, e anche allora non era per dire bugie. Era piuttosto la voglia di non dire, di non raccontare (a volte mi capita anche adesso). Comunque è un ricordo bellissimo, e mi piaceva molto avere due strade diverse per tornare dall'asilo.

  • L'immagine è un particolare tratto da "rue Mouffetard", una foto di H. Cartier-Bresson. Parigi 1954.