Tempi e Spazi
Laboratorio
sugli SPAZI


sei in Tempi e Spazi  Spazi  Accessibilità un percorso  Un contributo

Un contributo di genere per l'accessibilità dei tempi e degli spazi di vita

Donna che ha troppi compiti

Nella città non pensata essere donna rende generalmente ancora più pesante vivere la propria quotidianità. Questo tipo di città amplifica e complica il lavoro di cura (figli, genitori anziani, familiari con delle disabilità psico-fisiche, ecc.), e rende più grande la differenza fra donna e uomo anche se entrambi hanno la stessa disabilità. Questo approccio, attento al rapporto fra accessibilità della città e lavoro di cura, ha caratterizzato fin dall'inizio il Corso di formazione che si è avviato con il contributo di Eleonora Corradetti.

Semplice ed efficace è stata la modalità con cui è stato affrontato anche questo tema, introdotto dalla lettura di una lettera che un paraplegico, Piergiorgio Mazzola, ha scritto al Bollettino di collegamento dei Paraplegici (un fascicolo curato dal Comitato per la Riabilitazione di Firenze che non esce ormai da tempo), sull'inserimento sociale delle persone con disabilità.

Inserimento sociale vuol dire:

svegliarsi la mattina, alzarsi, provvedere all'igiene personale, vestirsi, fare colazione, uscire di casa, raggiungere un posto di lavoro, lavorare (se sono in età di lavoro), andare a fare acquisti, rientrare a casa, mangiare, godere del tempo libero in casa o fuori, ritornare a letto, dormire.

Sono cose ovvie... ma diventano difficili o impossibili a farsi in maniera autonoma per chi è invalido". Piergiorgio Mazzola

Questa lettera ne suscita un'altra, scritta appunto dalla nostra tutor:

Mi sento a disagio a dover ancora oggi mettere in evidenza l'essere della donna quando dovrebbe essere ormai scontato. In un campo come quello dell'handicap, dove le differenze tra i sessi non avrebbero motivo di esistere, queste risultano invece ancora maggiori. In questo contesto non voglio mettere in discussione la maggiore difficoltà della donna ad imporsi come tale nei rapporti interpersonali, ma ridiscutere di P. Mazzola su Inserimento sociale vuol dire...

Non mi si può trovare d'accordo, visto che la famiglia non viene nemmeno menzionata. Tutto sommato, questo tipo di inserimento non è molto difficile: sembra che alle spalle ci sia comunque qualcuno (una donna?) che provvede a tutto. Forse per una donna con handicap c'è qualche altra piccola cosa da aggiungere al suo inserimento.

Proviamo ad elencare un po':

svegliarsi ed alzarsi prima degli altri; provvedere all'igiene personale e vestirsi più in fretta possibile; preparare la colazione per i figli e per sé; uscire di casa presto per accompagnare i figli a scuola; andare a lavorare (quando il lavoro c'è); fare la spesa, preparare il pranzo, rigovernare, rifare i letti, spazzare lavare stirare, aiutare i figli a fare i compiti. Insomma tutti i lavori di casa, che sembrano ancora l'occupazione principale della donna.

Sapete perché rispondo con tanto ritardo (un anno!)? Perché quando arriva la sera, e poi finalmente la notte, non solo non si ha più la forza di scrivere, ma tanto meno quella di pensare. Dentro c'è tanta stanchezza e tanta rabbia per non riuscire a fare qualcosa per sé, quel qualcosa che ti fa sentire viva, qualcuna, per cui la ripetitività e difficoltà delle faccende quotidiane sono alleggerite da un obiettivo più ampio che non quello ristretto della casa. Riflettendoci bene, questa è la realtà di una società che si basa, e purtroppo continuerà a basarsi ancora per molto tempo, sulla divisione dei ruoli, il ruolo "maschile" e quello "femminile", anche al di là dello stesso problema dell'handicap". Eleonora Corradetti

Questo è un tema lasciato nell'ombra anche da chi si muove all'interno della Cultura dell'accessibilità. E' un aspetto della qualità urbana, ancora da sviluppare e che offre l'opportunità di esprimere una progettualità veramente aperta ed attenta ad ogni diversità e alle problematiche legate al lavoro di cura. Un lavoro che nella città non pensata sta ancora rubando tempo ed energie soprattutto alle donne (disabili e non disabili). Un lavoro che paradossalmente racchiude in sé l'idea della città curante, delle sue forme, colori, materiali e relazioni funzionali fra i diversi spazi. Città intesa non come organismo "protesico" (sic!), ma come spazio dove si vive bene, bello, accogliente e funzionale perché deve garantire a chiunque di poter sviluppare pienamente i propri progetti di vita e le proprie relazioni.

Le citazioni di questa pagina e la vignetta sono tratte dal Bollettino di collegamento dei Paraplegici n.2/1984