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Laboratorio sugli spazi

Il genere della città

di Tiziana Plebani

3 Settembre 2009
L'articolo, inviatoci dall'autrice, è stato pubblicato su Carta sett/2009.
La bella sala che ci ospita, all'interno dell'antico oratorio di S. Filippo Neri, è stata messa a disposizione dal parroco di S. Nicolò dei Mendicoli. All'ora convenuta, Maria, un'anziana della zona ha portato la chiave. Entriamo, siamo più di una ventina. Abbiamo convocato gli abitanti di questa parte del quartiere veneziano di Dorsoduro per parlare, come l'anno passato, di come sta procedendo il progetto di valorizzazione di una piccola area di verde, prima abbandonata, e che ora per impulso di un'operatrice del Ser.D e dei residenti si è trasformata in un angolo gradevole di sosta: con un ridotto finanziamento della Municipalità sono state introdotte alcune panchine, si è messo a dimora delle ortensie, delle erbe aromatiche e piantumato alcuni alberi scelti con cura.
Noi di Geografia di Genere, una decina di donne di diversa età ed esperienze, abbiamo deciso di ‘investire’ sul Campasso, come a Venezia sono chiamati questi fazzoletti di prato incolto, e su un processo di gestione partecipata che valorizzi insieme un luogo specifico e la voce dei residenti. Non è facile mettere insieme le persone, superare vecchie abitudini, la consueta lamentazione su tutto ciò che non funziona e la tendenza alla delega alle istituzioni per ogni minuto problema del vivere. Non è facile occuparsi del ‘qui e ora’. Si tratta in realtà di una misura altissima di convivenza. Saper guardare all'hic et nunc senza divagare, senza spostare l'attenzione sull'altrove mantenendo inoltre l'idea dell'intero territorio, necessita di una pratica di attenzione che pochi hanno o che non sanno di avere. Con un po' di sforzo e di pazienza, proprio partendo dall'esperienza del guardare assieme e di focalizzare le peculiarità del posto in cui si è e il suo orizzonte, si può tuttavia riuscire a riaccendere il desiderio sui luoghi e a riattivare i saperi della cittadinanza. A quel punto possono aprirsi molte possibilità.
Solo chi vive con pienezza e attenzione i luoghi possiede del resto l'intelligenza dell'abitare, quella che Marianella Sclavi, colei che ha avviato le Avventure urbane, ha saputo mettere a frutto dal Bronx ai quartieri desolati delle nostre periferie italiane; solo attingendo a queste risorse può avvenire un vero recupero di aree urbane degradate o si può dare vita a quel ‘di più’ che consente a tutti di vivere meglio dovunque, ripristinando o inserendo bellezza nei luoghi e disattivando le tensioni. L’obiettivo non si limita ad aggiungere verde occupandosi di ‘arredo urbano’: si tratta invece di far circolare idee e di radicare pratiche in grado di riportare le città a misura davvero dei suoi abitanti e di ritrasformare il cittadino da consumatore di luoghi ad abitante, riconnettendolo a quel genius loci che fa prezioso ognuno e ogni luogo.
Quanto desiderio di abitare in maniera creativa, non passiva, partecipativa, quanta voglia di essere parte dei processi di grande trasformazione dei nostri centri urbani sono sopiti dietro l'apparente indifferenza degli abitanti e il crescente assenteismo elettorale? Raramente l'amministrazione locale investe su tale risorsa, più spesso preferisce lasciarla sonnecchiare, sostanzialmente ne ha paura.
È vero d'altronde che gli abitanti possono divenire portatori di istanze fastidiose e talvolte reazionarie: se il processo di consapevolezza è carente e se non c'è la capacità di guardare alla città come a un bene comune, scatta il particolarismo, l'azione di lobby tesa solo a preservare o a valorizzare la propria strada, la propria casa, difendendosi dagli altri. Anche nell'occuparci dell'arredo di questa piccola zona verde ci siamo imbattute nella paura. Nell'incontro dell'anno scorso qualcuno si era mostrato preoccupato per l'inserimento delle panchine: ci sarà confusione, schiamazzi notturni, barboni e tossici a occupare lo spazio pubblico così creato. Prima di gridare al razzismo è necessario tuttavia ascoltare, permettere alle paure di uscire allo scoperto e guardarsi dall'etichettarle: spesso esse esprimono il timore che i luoghi divengano selvaggi, che un quartiere divenga un condominio senza regole, che nessuno si occupi della cura dei territori comuni, di ciò che sta fuori delle case.
C’è voluta una dose di fiducia per superare queste preoccupazioni, convincere e convincersi che bastava godere dei luoghi per non sentirsene spodestati, che creando bellezza e ordine dove c'era disattenzione tutti potevano approfittarne: è un piacere ora vedere il giardino e le panchine usate con rispetto da giovani e anziani, da persone che si fermano a leggere il giornale, da turisti che vi trovano un po' di riposo. Sotto gli occhi attenti di tutti i luoghi tornano ad accogliere, a splendere delle loro potenzialità e a restituire fiducia nella convivenza.
Questi sono alcuni dei saperi dell’abitare.
Non sono saperi neutri. Uomini e donne, giovani e anziani, locali e migranti guardano e vivono la città con occhi, desideri e talenti diversi. Per quali cittadini gli architetti d'oggi e gli amministratori costruiscono, intervengono nei quartieri, trasformano e governano le città? A chi pensano? Non c’è un cittadino ‘medio’. Uomini e donne pensano e abitano diversamente gli spazi, i corpi maschili e quelli femminili disegnano e hanno disegnato relazioni assai diverse con i luoghi pubblici e con le case: questo è un dato assodato in antropologia ma sembra poco praticato nell'urbanistica spicciola. La città è invece un nodo assai cruciale di relazioni, di corpi, di nomadismo e stanzialità: il suo benessere è fatto dalla possibilità di espressione delle diverse anime e il suo collante è la relazione, la capacità di creare legami e comunità.
L'estraneità è il grande problema delle città d'oggi. Il rinnovo continuo degli abitanti sta allentando proprio questi legami, queste relazioni e il senso di appartenenza: riuscire a avviare scambi e progetti sui luoghi ascoltando la voce dei cittadini può essere un valido aiuto. È soprattutto indispensabile attingere anche ai saperi di genere, specialmente alle competenze femminili del vivere i luoghi: esse mettono al centro la valorizzazione del corpo, dell’unicità della persona, dell’esperienza concreta e sono per lo più segnate dal costante sforzo di collegamento tra la casa e lo spazio esterno. Spesso le donne hanno cercato di rendere domestici degli spazi poco vivibili, come i quartieri dormitori nati a ridosso delle fabbriche. A Venezia, come è noto, la grande trasformazione industriale avviata nel primo Novecento e proseguita lungo tutto il secolo ha espulso molti cittadini dal centro storico e ha dato origine a nuovi insediamenti, per lo più carenti o mancanti di infrastrutture, artificiali e privi di un’anima. Molte ferite si sono create nel territorio e nelle vite delle persone, sradicate e costrette a dimorare in un ambiente estraneo a fianco di sconosciuti.
Fare pace tra i luoghi camminando insieme è stata quindi una nostra necessità. Pur abitando tutte a Venezia centro storico abbiamo compreso che bisognava invece oltrepassare il ponte traslagunare per ricongiungere pezzi di città e andare alla ricerca proprio dei saperi femminili dell’abitare che hanno saputo creare l’anima che non c’era, intessuto la comunità che non c’era. Abbiamo così progettato e realizzato insieme ad alcune donne del quartiere più marginale di Marghera, Ca’ Emiliani, e ad altre del villaggio di Viale San Marco, disegnato nel nulla da un piano urbanistico degli anni ’50, delle Passeggiate Urbane nei rispettivi territori: camminare insieme osservando quella specifica zona della città e nominando persone, cose, eventi, consente a chi vi abita di far emergere il vissuto, la mappa delle relazioni, il senso dello stare, mettendosi al centro di uno spazio, prendendovi posto da protagonista. E forte nel racconto è risuonata l’ostinata volontà femminile di rendere i luoghi vivibili e ospitali, di ridisegnarli nel segno della domesticità, con un caparbio radicamento nel presente.
Abbiamo voluto in seguito realizzare dei simbolici viaggio di ritorno delle donne di Ca’Emiliani a Venezia; volevamo comprendere il loro rapporto con un centro storico che le aveva espulse, conoscere i loro sentimenti e fare dialogare passato e presente, assumendo anche noi il ruolo di narratrici del nostro radicamento, dei nostri contesti, mostrando cambiamenti e continuità nella Venezia di oggi. Attraverso queste passeggiate donne di diversa età ed esperienza si incrociano e si scambiano le esperienze mediate dalla comune seppur diversa conoscenza degli spazi urbani. Emergono desideri, proposte, indicazioni pratiche su ciò che potrebbe migliorare la vita di tutti, agevolare gli anziani, le madri, i bambini. Queste passeggiate che ritessono la città possono costituire un “modello” di riconciliazione dal basso e insieme e proporre un’interpretazione “femminile” dell’abitare, una pratica di saperi di genere associati alla geografia urbana, indispensabile per dare senso al vivere nella città contemporanea.
Geografia di Genere è un percorso in progress che si nutre di molte altre esperienze simili in Italia e in Europa e che partendo dallo sguardo di genere e dal proprio 'desiderio di città' vuole valorizzare i luoghi di vita, illuminarli di senso, accogliere le storie di chi li abita contrastando l'estraneità odierna e ridonando fiducia e gioia alla convivenza. Ne abbiamo parlato in un quaderno di esperienze, promosso ed edito dalla Consulta delle Cittadine del Comune di Venezia dal titolo esplicito: Desiderio di città. Percorsi dell'abitare delle donne.


Data ultima revisione dei contenuti della pagina: 28.04.2017