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| Foto di Paolo |
Il lavoro di ricerca svolto per la tesi di laurea, nasce e si sviluppa dalla considerazione che, allo stato di fatto, una realtà come il canile municipale è inadeguata ai compiti che è chiamata a svolgere.
Il canile municipale è istituito nel 1954 dal Regolamento di Polizia Veterinaria come rimedio profilattico al diffondersi di malattie trasmissibili dal cane all'uomo, quindi, come soluzione al fenomeno del randagismo; qui il cane catturato, se non reclamato dal proprietario, viene soppresso dopo tre giorni di permanenza.
Le unità ambientali di una struttura destinata ad un soggiorno così limitato nel tempo, non richiedono la rispondenza a requisiti qualitativi riconducibili alle esigenze del cane, ma sono riferiti a dimensioni, forme e materiali legati alle sole peculiarità gestionali. È con questo retaggio che il canile conquista nell'immaginario collettivo la dimensione di un lazzaretto da cui rifuggire.
E' a seguito di una crescente sensibilità animalista, più di nicchia che non di massa, e delle migliorate condizioni igienico-sanitarie del Paese, che nel 1991 viene emanata la Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo, in base alla quale cambia la funzione del canile, che da 'luogo di morte' diventa 'luogo di accoglienza' a tempo indeterminato, in cui il cane vi rimane in attesa di adozione.
Malgrado lo Stato abbia delegato alle Regioni il compito di definire i criteri di risanamento dei canili esistenti e quelli per la costruzione dei nuovi, non si è verificata nessuna svolta sul piano edilizio: le strutture che ad oggi sono dislocate sul territorio italiano sono infatti di vecchia concezione.
Il canile continua ad essere relegato ai margini del tessuto sociale e territoriale in cui va ad inserirsi, come se rappresentasse un'entità da ignorare, o comunque da allontanare; in particolare sono gli spazi di vita del cane che continuano a presentare le stesse caratteristiche e dimensioni di quelle antecedenti alla Legge Quadro.
Il progettista, normalmente, non possiede strumenti di conoscenza capaci di guidarlo verso un approccio progettuale etologicamente consapevole, che metta il cane in condizione di non alienarsi in ambienti che lo privano della possibilità di espletare correttamente il suo repertorio comportamentale e relazionale.
Chi si occupa di benessere animale è consapevole che a livello etologico questi luoghi non sono in grado di offrire condizioni di vita adeguate a soddisfare le esigenze del cane: uno studio sulle cause dell'abbandono condotto dall'ABSDS (l'associazione inglese che riunisce le principali organizzazioni di protezione degli animali) ha dimostrato che il 60-70% degli abbandoni è infatti dovuto a problemi comportamentali.
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| Foto di Donatella |
Partendo dalla considerazione che il canile ha come primario obiettivo un elevato turn-over di animali da ricollocare in contesti familiari, è evidente quanto sia importante realizzare luoghi di accoglienza capaci di non indurre nel cane patologie comportamentali croniche, che ne pregiudichino l'adottabilità. Infatti, affinché si concretizzi l'adozione di un cane, è condizione essenziale che il canile sia prima di tutto permeabile ai visitatori, e che i cani che vi trovano ospitalità siano in buone condizioni sia fisiche che psichiche: ciò comporta, come logica conseguenza, che i canili siano strutturati secondo criteri etologici, cioè incentrati sul benessere del cane.
Agisce da zavorra contro una corretta e fluida interpretazione delle reali esigenze del cane la tendenza, tipica della cultura Occidentale, ad attribuire agli animali caratteristiche ed intenzioni umane, il cosiddetto antropomorfismo (dal greco anthropos: umano e morph: forma). L'antropomorfismo conduce ad un'errata interpretazione del comportamento animale: l'uomo non sapendo rispettare le diversità, spesso perché semplicemente non le riconosce, proietta i propri desideri, le proprie bramosie sulle altre specie, rischiando di alienarne le caratteristiche intrinseche.
Così anche per la strutturazione dei luoghi destinati alla vita di esseri con esigenze completamente diverse da quelle umane, sono presi a modello parametri riferiti prevalentemente al genere umano.
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| Foto di Elena |
Quando se ne parla, si fa riferimento quasi esclusivamente a parametri igienico sanitari, sicuramente fondamentali, ma non esclusivi: angusti ed asettici box non portano al benessere del cane che, forse, si troverà a trascorrervi anche molti anni della sua vita.
Occorre tenere presente che l'uomo, per quanto moderno e proiettato ad un approccio tecnologico ed asettico alla vita, ha bisogno del rapporto con le altre specie animali, in particolare con il cane. Si parla infatti di un rapporto coevolutivo: l'uomo si è evoluto contemporaneamente al cane, il quale nel suo addomesticamento ha subito un esproprio genetico, che lo rende, oggi, un animale antropodipendente.
Uno studio condotto dal biologo evoluzionista Robert Wayne sulle sequenze nucleotidiche mitocondriali del cane e del lupo, ha portato ad ipotizzare che la differenziazione delle due specie sia avvenuta circa 135.000 anni fa. Da allora daterebbe il sodalizio uomo-cane. Il processo di domesticazione non è stato un processo naturale, ma è avvenuto sotto il controllo umano: l'uomo si è fatto carico di una grande responsabilità selezionando il materiale genetico dell'animale con l'intento di migliorarne, a suo vantaggio, le capacità riproduttive o comportamentali.
La caratteristica principale dei soggetti che derivano da tale processo è la loro assoluta dipendenza dall'uomo per la sopravvivenza.
Ogni cane che circola sul territorio, sia urbano che rurale, senza un proprietario, o divenuto orfano di tale figura a seguito di un abbandono, va ad incrementare il randagismo che si presenta come fenomeno estremamente complesso, con caratteristiche molto diversificate a seconda dei contesti ecologici e sociali in cui si manifesta. Il fenomeno del randagismo è spesso affrontato come emergenza, raramente con programmi strutturati a medio-lungo termine: le emergenze assorbono notevoli quantità di risorse economiche pubbliche, spesso trasferite tout court a privati che trasformano in business un problema sociale, per la cui soluzione non sono sicuramente sufficienti i soli canili, anche se strutturati come luoghi di vita dignitosi e rispettosi dei bisogni primari del cane.
Appurato che il canile non può essere l'unico rimedio per affrontare e arginare il randagismo, è comunque auspicabile che, il progettista, possa essere in grado di realizzare luoghi di vita in cattività tali da permettere ai cani di vivere in condizioni stress limitato, in cui, invece di alienarsi, riescono a rapportarsi in modo corretto sia con i cospecifici che con l'uomo.