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Alla ricerca di un orientamento ecologico per abitare la terra

Per quanto radicali e profonde possàno apparire le direzioni di cambiamento indicate dall'ecofilosofia, esse non dischiuderanno un nuovo orizzonte culturale se non saranno supportate da un riorientarnento non solo della postura cognitiva, ma anche della postura affettiva che condiziona i criteri d'uso degli strumenti epistemologici e metafisici del pensiero

La crisi ecologica come crisi noologica.

Sensibilmente diffusa è la tendenza a interpretare la crisi ecologica come conseguente a una scorretta utilizzazione dei progressi scientifici e della strumentazione tecnologica di cui dispone la civiltà contemporanea.

È indubbio che lo sviluppo tecnico-scientifico degli ultimi decenni ha modificato il modo di vivere dapprima solo nell'Occidente industrializzato e poi a livello planetario. Senza alcuna intenzione di mettere in discussione i guadagni in termini di innalzamento della qualità della vita da esso derivati, non si può, però, sottacere la responsabilità addebitabile a un certo uso della tecnologia nel determinare la crisi ecologica.

A partire da questa interptetazione della questione ambientale qualcuno propone di ritornate a una cultura pretecnologica

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A opporsi con decisione a questa corrente dell'ambientalismo contemporaneo è l'ecologismo illuminato, sostenitore della tesi secondo la quale l'unica via 'pratiticabile e realistica per superare la crisi ambientale sta nel puntare sullo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica ecologicamente orientata. E' in questo contesto che è stato formalizzato il concetto di sviluppo sostenibile

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Indipendentemente dalla validità e fondatezza delle prospettive sopraindicate, entrambe soffrono il limite di rimanere confinate entro l'orizzonte di un'interpretazione tecnica della crisi ecologìca: mentre l'appello a un ritorno al passato funziona come rifiuto del mito della tecnica, il considerare come unica via di soluzione la ricerca scientifica tradisce una forma di soggezione a essa. Un mito da cui non si sottrae neppure una certa filosofia ambientale che, pur impegnata in un'analisi approfondita della crisi ecologica, vista nella complessa articolazione delle componenti in gioco (filosofica ed etica, sociale e politica, estetica ed economica, oltre che scientifica), è propensaa dichiarare che comunque il problema è di ordine tecnico, poiché nessuna etica e nessuna filosofia, ma solo la scienza e la tecnologia possono individuare soluzioni per i problemi ambientali [Passmore, 1974]

Ciò che occorre imparare a vedere è che la crisi ecologica è cosa ben più complessa: è una crisi dei modelli di organizzazione sociale e politica, ma innanzitutto si profila nei termini di una crisi noologica, cioè di una crisi degli strumenti del pensiero, sia concettuali che metodologici, sulla base dei quali una cultura mette ordine nei suoi rapporti col mondo. L'inquinamento materiale si sostiene su un inquinamento invisibile che è ancora più potente, perché è all'origine di quello materiale: è l'inquinamento culturale. Se non lotteremo contro questa forma invisibile di inquinamento allora sarà persa anche la battaglia contro quello materiale [Serres, l99O].

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Da dove iniziare per costruire nuovi "paesaggi della mente"?

Il nostro modo di abitare un luogo è sempre mediato dal linguaggio. La qualità dell'abitare i paesaggi fisici in cui ci troviamo a essere è fortemente connessa con la qualità dei paesaggi della mente.

Se si accetta di condividere questo presupposto, che assegna un peso tanto rilevante alle idee, allora è legittimo dedurre che l'abitare antiecologico che caratterizza l'attuale forma della civiltà occidentale sottenda una cornice simbolica che, non solo orienta, ma anche legittima uno stile di vita non ecologico. Ne consegue che se tanto ingombranti sono i rottami antiecologici che stanno alla radici della crisi, allora una delle vie verso cui orientare il nostro impegno per trovare a essa una soluzione èquello di andare alla ricerca di una nuova ecologia di idee guida.

L'imperativo epistemico postmoderno è quello che ingiunge a complessificare. nel senso di nutrire il conoscere di più logiche, di strategie circolari di pensiero e della ricerca delle relazioni, in modo da consentire la costruzione teorica e da agevolare la frequentazione pratica di quello che Bateson ha definito il "paradigma estetico". La messa a punto di un paradigma capace di imprimere al conoscere una svolta ecologica richiede di transitare: da un'episteme fondata sulla categoria di separazione a una che adotta il principio della ricerca di relazioni per scoprire la struttura che connette; dalla tendenza ad attribuire autorità epistemica alla sola logica della quantità e del calcolare al riconoscere valore anche alla logica della~qualità, attenta alle forme e ai contorni; da un pensare lineare a uno circolare; e, innanzitutto, da un approccio che si costringeva, o meglio si illudeva di essere emotivamente neutro, a un approccio alle cose capace di nutrirsi di un sentimento di empatia, cioè della disposizione cognitiva a sentirsi parte di quel mondo che sta indagando.

L'appello a nutrire l'episteme di empatia è spesso guardato con sospetto, anche se autorevoli scienziati si sono espressi a suo favore: fra questi anche Einstein

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L'appello a "conoscere con empatia" chiede un cambiamento di prospettiva epistemologica difficile da accettare, perché presuppone la rideflnizione dell'idea che il conoscere, per avere garanzie di rigore scientifico, debba fondarsi su un "concetto statico di oggettività" per transitare verso l'assunzione di un "concetto dinamico di oggettività", secondo il quale la densità emotiva che può accompagnare il conoscere non pregiudica affatto il rigore epistemico della ricerca del sapere. Anzi, può dischiudere altre vie di accesso alla conoscenza [Fox Keller, 1985]

La radice metafisica della disposizione antiecologica

Una volta legittimata sul piano teorico una nuova via del conoscere occorre, però, imparare a praticarla. Compito non facile, poiché non si prospetta nei termini di una tecnica da elaborare, ma implica un riorientamento radicale della disposizione cognitiva

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Lo spostamento concettuale cui mirare consisterebbe nell'arrivare a riconoscere che la natura ha un "valore intrinseco", cioè un valore indipendente dai nostri desideri e dai nostri interessi [Dea Jardins, 1993]. Si tratta di maturare l'idea che "le cose viventi che appartengono al mondo naturale hanno un valore che possiedono semplicemente in virtù del loro essere membri della comunità della vita della terra" [Taylor, 1989]. A partire da questo presupposto sarebbe possibile elaborare un nuovo codice etico che includa anche il resto del mondo naturale come soggetto di diritto.

La sostituzione dell"instrumental value theory" con un"'intrinsec value theory" viene valutata, invece, dagli esponenti della deep ecology nei termini di un'operazione meramente intellettualistica e, quindi, incapace di indebolire la convinzione propria dell'uomo moderno che ogni questione vada risolta secondo il principio dell'utilità e, insieme, di mettere in discussione quell'antropocentrisnio che spinge a considerare il mondo naturale come un immenso tessuto da cui possiamo ritagliare ciò che vogliamo e ricucirlo come ci pare" [Bergson]

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La concezione dualistica che vuole l'essere umano altro dalla natura, in quanto sarebbe il solo a "possedere" la capacità di pensare, non solo patisce la negazione delle radici biologiche del vivere, ma è anche segnata da una forma di arroganza di cui gli antichi erano profondamente consapevoli, se Senofonte fa dire a Socrate "E pensi così pur sapendo di avere nel tuo corpo soltanto una piccola parte della terra, e che in te vi è solo un minimo di tutta l'umidità che esiste, e che il tuo corpo non è fatto che di una piccolissima parte delle materie esistenti in natura. Soltanto lo spirito, pensi, non esiste altrove, e tu ritieni di essertene imnpossessato come di un qualcosa trovato casualmente, e presumi che quegli immani e innumerevoli corpi celesti si muovano con tanto ordine in virtù della loro mera irrazionalità".

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Il principio, sostenuto dall'ecofilosofia, di andare alla ricerca dei semi di pensiero ecologico sparsi nella storia culturale ci fa scoprire l'importanza di situarci in una situazione di ascolto nei confronti di quei saperi che giungono a noi sia dal passato che da altri luoghi, che scopriamo non solo fecondi di idee che la scienza contemporanea sta sviluppando, ma anche densi di una saggezza che sembra smarrita.

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Sintesi a cura di Piera Codognotto

Luigina Mortari (ricercatrice presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Verona), in: Pluriverso, n. 2, 1997; p. 87-97

Luigina Mortari, Verona
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