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La visione di genere applicata alle città dei Paesi in Via di Sviluppo

Un tentativo nuovo e di cambiamento strutturale fondamentale non è più rinviabile, se si vuole affrontare la condotta di una politica di pianificazione delle città capaci di confrontarsi con queste sfide. In ogni caso ciò non potrà avvenire senza l’apporto delle donne, da un lato, per legittimazione democratica e, dall’altro, come fonte di rinnovamento essenziale della dinamica urbana.

È necessario allora pensare e rimodellare la città attraverso lo sguardo delle donne al fine di apportare un’altra dimensione e nuovi equilibri. La dimensione del genere applicata alla città nei Paesi in Via di Sviluppo deve essere ammessa come fonte di una nuova cultura condivisibile e partecipe all’elaborazione di una nuova filosofia di pianificazione del territorio.

Lo studio dei rapporti storici e socio-culturali tra gli uomini e le donne può contribuire all’elaborazione di soluzioni nuove e più realistiche alla crisi urbana, e condurre al miglioramento della vita. La dimensione del “genere”, terreno dei rapporti costruiti socialmente tra gli uomini e le donne, costituisce un modo efficace per distruggere gli stereotipi e approcciare con nuove visuali il problema dell’urbanesimo. Pur rappresentando più del 50 % della popolazione, le donne sono tuttora assenti dal dibattito pubblico che riguarda lo sviluppo e la gestione delle città. In effetti, la dimensione del genere applicata alle città suscita un dibattito nuovo che non solo “dà fastidio”, ma che fa soprattutto nascere altre scelte possibili nel campo della pianificazione e della gestione delle città e di qualsiasi insieme di abitazioni. Inoltre, l’analisi dell’ambiente quotidiano di vita attraverso gli occhi delle donne presenta il vantaggio di affrontare da un punto di vista qualitativo preoccupazioni essenziali per l’insieme dei cittadini, come la sicurezza, la mobilità e l’habitat.

In fin dei conti, bisogna dare la precedenza al rinnovo delle conoscenze, all’identificazione e all’eliminazione degli stereotipi che sono ancora un ostacolo all’evoluzione e all’emancipazione sociale. L’approccio basato sul genere, considerato come un elemento scientifico innovatore, diventa allora l’elemento chiave precipuo nella volontà di dare un impulso ai metodi di lavoro tradizionali. L’esperienza recente del Piano Urbanistico Strategico della città di San Paolo, preparato nell’ambito di un processo consultivo ad ampio raggio, dimostra che la pianificazione può funzionare nell’interesse anche dei cittadini più poveri, se ha il sostegno di una buona legislazione, se è attuata da professionisti competenti e soprattutto se gode dell’appoggio di un’amministrazione impegnata. (4)

Negli ultimi venti anni si è dimostrato chiaramente che i poveri delle città possono dare essi stessi un impulso al cambiamento, attraverso il buon governo. Il governo locale ha altresì dimostrato che può sviluppare la capacità di usare i suoi mandati e le sue risorse per una politica di sviluppo urbano, sana e partecipativa; tale politica deve radicarsi in una leadership governativa politica impegnata in una visione democratica ed equa della società civile in tutte le sfere del governo. I bisogni specifici delle donne però non sono sufficientemente presi in considerazione nei programmi governativi di sviluppo PAC (Piano di Accelerazione di Crescita): le donne sono le più discriminate in materia di impiego; costituiscono, relativamente, la popolazione più povera e quella che subisce più fortemente gli effetti del malfunzionamento delle città per quanto riguarda l’accessibilità all’abitare, l’insufficienza della mobilità e soprattutto la violenza della quale sono ancora le principali vittime. Queste ragioni fanno delle donne la popolazione più interessata al miglioramento dello sviluppo urbano e della pianificazione rurale. Il Brasile ha ricostruito tutta la sua politica di governance intorno al concetto di diritto alla città, ma la carenza di spazi appropriati ai bisogni delle donne, concepiti tra e per le donne a scala di alloggio, di quartiere e di città, porta ad una perdita di identità e ad una limitazione ad esercitare proprio il diritto di cittadinanza. Le sue città rappresentano motori di cambiamento, innovazione e sperimentazione nella politica sociale, non dimentica che un miglioramento tangibile della vita degli abitanti delle favelas dipende in gran parte dalla convergenza della politica e dalle azioni promosse da una serie di attori, impegnati in un processo concreto di decentramento e nel coinvolgimento della comunità. In Brasile non è mai stato attivato un movimento per le donne e a favore delle donne, femminista forse è superato, ma l’idea è quella. Da qui tanta arretratezza per la condizione femminile: alle donne spettano tutte le pesanti incombenze domestiche, l’educazione e la crescita dei figli (il che significa anche l’alimentazione e la cura), la dedizione al nucleo familiare. Sovente non possono neppure contare sull’aiuto del coniuge che si disinteressa completamente della famiglia. Il matrimonio è molto fragile e l’abbandono costituisce per le donne un serio problema di sopravvivenza. A tutto questo si aggiunge una tradizione culturale che riserva alle donne ruoli sociali subalterni.

Le donne sono assenti o particolarmente invisibili a tutti i livelli decisionali soprattutto nelle scelte che creano e generano la città, l’abitare e la pianificazione territoriale, perché non sono ancora parte determinante dei colossali giochi politici, economici e sociali. Le regole del gioco, oltre che le priorità, le decisioni politiche e gli investimenti, sono definiti essenzialmente dagli uomini persuasi d’altronde di operare nell’interesse della popolazione nel suo insieme.