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Le favelas brasiliane ed il riconoscimento delle donne povere come attrici di sviluppo

Le favelas brasiliane

La realtà del Brasile ci delinea un profilo degli “insediamenti informali”, che in questa parte del mondo si chiamano favelas, comune a quello fin qui descritto per i Paesi in Via di Sviluppo.

La società brasiliana è caratterizzata da forti disparità regionali e sociali, dove la bassa remunerazione del lavoro non qualificato è in contrasto con l’alta remunerazione dei servizi tecnico-amministrativi e gli elevati guadagni di capitale; ciò fa sì che il reddito della popolazione sia distribuito in modo estremamente differenziato. La disparità regionale si traduce nella concentrazione della maggior parte della popolazione brasiliana nella Regione del Sud-Est, luogo di maggiore forza economica del paese e dove si localizzano le Regioni metropolitane di San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Di fronte ai salari bassi ed alla disoccupazione, per un’enorme e sempre crescente porzione della popolazione delle grandi città si rende necessaria la riduzione al massimo delle spese per la sopravvivenza fisica. Fra queste, la spesa della casa è una delle maggiori, comprendendo tutte le imposte pubbliche (acqua, luce, fogne, ecc.) ed il fattore trasporto per il luogo di lavoro.

L’alternativa che rimane, rispetto a questo bisogno, è l’occupazione “illegale” di terre per costruire la propria abitazione o l’affitto di case o baracche nella favela a prezzi relativamente più bassi o a prezzi che compensino le spese dei trasporti di lunga distanza. La loro localizzazione deve essere, perciò, il più vicino possibile all’impiego o alle zone più centrali e ricche della città, cioè ai luoghi dove sia possibile trarre il sostentamento mediante attività sotto-impiegatizie, quali piccoli servizi e lavori domestici. L’occupazione “illegale”, l’invasione di “terra altrui” e l’appropriazione “autonoma” di vuoti urbani costituiscono una forma di occupazione del suolo che non si fonda sulla proprietà della terra, né sul suo affitto ai legali proprietari.

In genere al momento dell’occupazione gli abitanti realizzano le proprie abitazioni con materiali di recupero, tavole e pannelli in legno e lastre in eternit. Progressivamente, in relazione alle possibilità economiche del singolo nucleo familiare, lo spazio abitativo si trasforma e viene realizzato in muratura, in blocco cementizio, in blocco ceramico. Il problema principale delle favelas, proprio per la loro origine, è quello dell’assenza di infrastrutture di urbanizzazione primaria, che porta all’approvvigionamento illegale di luce ed acqua e allo smaltimento a cielo aperto dei liquami fognari. La favela può definirsi come la risposta all’esasperata esigenza di alloggi delle fasce più povere della popolazione urbana, che non possono permettersi di accedere al mercato convenzionale delle abitazioni.

Favela di Colinas d'Oeste,Osasco,San Paolo Favela di Colinas d'Oeste,Osasco,San Paolo
Favela di Colinas d’Oeste, Osasco, San Paolo Favela di Colinas d’Oeste, Osasco, San Paolo

Nonostante il settore dell’edilizia informale produca la maggioranza di tutte le unità di abitazione nuove, esso non era mai stato sostenuto dalle politiche di cooperazione, in quanto doveva riconoscere i diritti di concessione che le popolazioni avevano conquistato tramite le occupazioni spontanee. Spesso tale riconoscimento si scontrava, e si scontra ancora, con i nuovi interessi della rendita urbana, che vuole lucrare sulle nuove aree di espansione urbana. Inoltre, le case e le attività economiche in edifici informali sono state spesso distrutte dalle autorità pubbliche, aggravando così la povertà, anziché alleviarla. La demolizione di tali sistemazioni informali ha aumentato solamente le baraccopoli in un’altra parte della città. Questa constatazione ha spinto alcune autorità all’accettazione di quartieri autocostruiti come forme legittime di edilizia urbana, accompagnate dal loro miglioramento anziché dalla loro demolizione. Con la promozione dell’autocostruzione e dell’autoimprenditorialità cooperativa viene evidenziata la necessità di promuovere iniziative, che si basano su approcci autogestionali e sviluppati da organismi radicati nei quartieri e gestiti “dal basso”.