Per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione mondiale sarà principalmente una popolazione urbana. Si prevede che la popolazione urbana mondiale aumenterà di più di 2 miliardi entro i prossimi trent’anni: il 94% della crescita avverrà nelle regioni meno sviluppate ed entro il 2030 la popolazione urbana avrà superato in numero quella rurale. Questo significa che saranno le aree urbane dei paesi a reddito medio e basso a dover affrontare le necessità della futura popolazione mondiale.
Un numero crescente di poveri nel mondo sarà costituito da abitanti delle città: dei 3,9 miliardi di cittadini nei paesi a reddito medio e basso, 1,7 miliardi vivrà negli slums. Secondo questo scenario pessimista, si prevede che la popolazione degli slums nei paesi a reddito medio e basso in meno di 30 anni sfiorerà l’incredibile quota di 3 miliardi ( 1)
Le tipologie dei grandi centri urbani nei Paesi del Sud del Mondo sono estremamente diversificate, ma rimangono comunque connotate da alcune caratteristiche comuni, tra cui l’imponente crescita della popolazione, dovuta all’immigrazione, all’espulsione dalle campagne e al tasso elevato di natalità, la tendenza sempre più forte alla formazione di grandi concentrazioni e l’elevato deterioramento della qualità della vita delle popolazioni inurbate. Il loro sviluppo, inoltre, è oggi prevalentemente legato alla crescita naturale della popolazione urbana, e solo in via secondaria alle migrazioni rurali-urbane, provocate dall’attrazione del modello di vita capitalistico e dalla ricerca di un’ipotetica nuova qualità di vita.
La globalizzazione ha avuto rilevanti conseguenze sull’organizzazione e sul funzionamento economico, sociale, istituzionale e dello stesso spazio fisico delle città. La liberalizzazione dei mercati, la privatizzazione dei servizi, insieme alla spinta a ridurre la presenza dello Stato e la sua azione redistributiva, per quanto modesta, hanno provocato un’accentuazione degli squilibri interni alle città, facendo aumentare la povertà urbana. Di fronte all’incapacità o all’impossibilità dei governi di gestire la crescita delle città e le sue trasformazioni, i continui processi di urbanizzazione, associati all’estesa povertà sociale, hanno prodotto quartieri spontanei nei quali vive, generalmente, la grande parte della popolazione della città.
Gli insediamenti informali sono così diventati, nelle megalopoli del Sud del Mondo, l’unico mezzo per i poveri di dare una risposta, almeno parziale, ai propri bisogni; essi possono essere visti come la risposta “dal basso” all’insufficiente offerta di case a basso costo. Parlare di città nei Paesi in Via di Sviluppo significa anche parlare di città “illegali”, in cui la maggior parte della popolazione vive al di fuori delle regole e dove esiste una grande distanza tra la città reale e quella formale.
Baraccopoli, bidonville, chabolas, favelas, slums, rappresentano i luoghi ai margini delle periferie, dove ingenti porzioni di popolazione vivono in condizioni di sovraffollamento. Costruirsi spazi illegali, dunque invisibili, è spesso la sola strada per potersi appropriare di risorse cui altrimenti non si avrebbe accesso: il suolo, in primo luogo, ma anche l’acqua o l’elettricità attraverso allacciamenti abusivi alle reti, o ad un lavoro irregolare che, nonostante tutto, consente di sopravvivere. (2)
Le relazioni economiche e sociali sono le prime che si riflettono sull’organizzazione dello spazio e nelle aree carenti di queste città. Anche il concetto di marginalità è entrato in crisi, per lasciare il posto ad un vero e proprio sistema dualistico non solo sotto il profilo sociale, ma anche spaziale: isole di città strutturata, caratterizzate dalle audaci verticalizzazioni dei grattacieli della finanza e dai quartieri residenziali per una ridottissima quota della popolazione (che detiene la maggior parte della ricchezza) sono assediate da zone amorfe di insediamenti informali che si estendono a perdita d’occhio.
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| Favela di Heliopolis, San Paolo | Favela di Heliopolis ed un quartiere residenziale di San Paolo |
In queste città non vi è più alcuna dimensione urbana riconoscibile e nessuno dei tratti tradizionali che i pensatori classici attribuivano all’idea di città.
La povertà senza speranza si somma ad estesi processi di “tribalizzazione” in cui si smarriscono identità e valori comuni: l’economia informale fatta da microimprese artigianali a base familiare dilaga, tanto da essere l’unica possibilità di lavoro per la maggior parte della popolazione. Il “settore informale” rimane parte integrante dell’economia urbana e positivo contributo alla crescita economica. L’economia informale ha ripercussioni più ampie anche su tutta la struttura della società nelle città dei Paesi in Via di Sviluppo. Essa, infatti, è connessa alle strategie di sopravvivenza familiare che, fortemente influenzate dalla dimensione spaziale, sono alla base del funzionamento delle città reali.
L’ordinamento sociale in queste città è andato in frantumi: vacillano le reti familiari e comunitarie; il ruolo della donna, in molti casi sola alla guida della famiglia, diventa sempre più duro (dovendosi non solo occupare della cura della casa e dei figli, ma anche della produzione di reddito; inoltre, sovente, le norme civili e religiose impediscono alle donne di accedere, ad esempio, alla proprietà dei beni immobili o alle eredità del marito o della famiglia); aumentano i livelli di criminalità.