Tempi e Spazi
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Cristina Ali Farah, Madre piccola

Frassinelli 2007

Foto dell'autrice Credo che non si possa scrivere della comunità somala a Roma senza partire dalla stazione Termini, crocicchio, luogo delle nostre nostalgie. Mi sono anche voluta convincere, per un periodo, che fosse un posto squallido buono solo per turisti e sfollati, dove stare attenta alla borsa e alla catenina. Preconcetti dei miei risentimenti. Chi poteva non desiderare quel fermento? Quello che ti scuoteva avvicinandoti appena, nel corridoio centrale, al lato dei binari, al bar come un altro, il bar dei somali. Non perché ci fosse qualche insegna, né il gestore era dei nostri, ma semplicemente perché lì di somali ce n'erano davvero tanti. Soprattutto quando l'esodo era al culmine, nove anni fa. Bastava andare alla stazione Termini per incontrare il mondo. L'atmosfera vibrava per l'attesa di notizie, tutti ad aspettare tenendosi stretti. Pensavamo: tra un po' si torna. Chi poteva mai immaginare. Allora andavamo alla draddorio a mangiare il riso con il capretto, prendevamo un defreddi al chiosco, compravamo bajiiye con il peperoncino fresco e rummay dalle ragazze. Ci procuravano i documenti per salvare tutti, proprio tutti quelli della famiglia. Si cercava un corriere che portasse i soldi a destinazione.

A Termini potevi incontrare per caso quel tale che non sapevi che fine aveva fatto, ti trovavi un lavoretto e se eri una ragazza e ti andava di fumare era meglio nascondere la sigaretta, casomai incontrassi uno zio arrivato a tua insaputa. Nove anni fa ero serena e credevo che presto la guerra sarebbe finita, che saremmo tornati a casa più felici di prima. Questo all'inizio, quando ero convinta che ce l'avremmo fatta tutti.

Ora molte cose sono cambiate: la galleria centrale restaurata con sgargianti negozi, Benetton, Nike, Intimissimi, Levi's, Sisley, fast food, call center, bagni pubblici con monetina, biglietterie automatiche, scale mobili, megaschermi pubblicitari, tabelloni aggiornati. Veramente una stazione moderna. I somali rimasti - pochi - continuano a incontrarsi in quei luoghi. Soprattutto da quando hanno incominciato ad arrivare con gli sbarchi. Approdano sulle coste siciliane, sono stipati nei centri di permanenza temporanea. A qualcuno danno il permesso per motivi umanitari, rimangono a piede libero con pochi spiccioli e nessun luogo dove andare. Prima che iniziasse la storia delle impronte, tutti cercavano di proseguire verso nord o nord-ovest. Verso uno di quei paesi mitizzati dove ti offrono un buco dove dormire e un piatto con cui sfamarti. lngiriiska, Norwey, Holand, Swidisb. Ma da quando è iniziata la storia delle impronte ci provano lo stesso, sperano nella fortuna. Quelli che hanno fallito si riconoscono subito, quelli rimandati indietro. Girano per la stazione, con uno zaino sporco, fagotto carico di sofferenza. Dio abbia pietà di loro. Ora Termini è talmente piena di dolore. Ma quando voglio riaffondare il braccio nel liquido che brucia, liquido di ricordi e di distacchi, quando sento questo bisogno, ecco che ci torno. Giusto per respirarne un po' l'aria. […]

La mia amica mi ha detto al telefono che lei sta scrivendo un reportage sulla comunità somala. I somali che vivono a Roma, giusto? Sono la prima persona che intervista? Bene. Non si faccia fuorviare. Ognuno racconta le cose a modo suo. Mi hanno parlato positivamente di lei, mi fido. Io non sono tipa da parlare con qualsiasi giornalista. E poi lei è una donna, sa cosa intendo. Avrà una certa sensibilità. Ha bisogno di registrare? Allora, cominciamo. Dal mio nome, certo. Mi chiamo Barni Sharmaarke. Attenta, lo scriva correttamente. No, non è difficile. Deve solo scegliere quale codice usare. Il vostro o il nostro. Sui documenti fanno tanti di quei pasticci. Non solo per la trascrizione; il problema è soprattutto con i cognomi. A me sembra così semplice. È che noi usiamo il patronimico al posto del cognome. […] Una scaletta, domande e scaletta mi sarebbero utili. La prego di ricondurmi sulla via maestra, ogni volta che lo riterrà opportuno. Ho molta urgenza. Urgenza e lucidità si scontrano.

Si complimenta per il mio italiano? Conosco questa lingua dall'infanzia. Ho iniziato dalle scuole dell'obbligo, insieme a mia cugina Axad. Ma dovrebbe saperlo, noi somali conosciamo quasi sempre l'italiano. Se non altro i miei zii, fino alla generazione scorsa. Io avevo mia cugina con cui allenarmi, Domenica Axad, italosomala. Tuttavia preferisco non parlare di me. Ho tante di quelle cose da raccontarle. Più di tutto una storia che mi sembra adatta alla sua ricerca.

Mi perdoni se la prendo alla larga. Ma si ricorda del naufragio di un mese fa? Delle salme dei nove somali trasportate a Roma? Della celebrazione dei funerali in Campidoglio? Quei funerali credo abbiano mosso qualcosa nel cuore della gente. Non che sopravvaluti il vostro ruolo. Ma per tutta la settimana giornali e televisioni non hanno parlato che del naufragio. Chi poteva ignorarlo? Il motivo per cui certe volte gli avvenimenti sono interessanti e altre no, a chi è chiaro? Perché in fondo quel naufragio poteva essere uno dei tanti. È da tempo ormai che le barche arrivano e scaricano sulle coste. La marea segue il suo reflusso, e le rive sempre più piene di detriti: barattoli al concentrato di pomodoro, scaglie di vetro verde, tubetti di medicinale, grumi di catrame e buste, buste, buste. E riversati, corpi senza vita, gli abiti consumati e la pelle violacea macchiata dal bianco del sale. Quel giorno - il pomeriggio dei funerali - mi sentivo tutta rimescolata. Pensavo: sarà sicuramente colpa del ciclo. Sola, stavo andando sola. Sul posto avrei incontrato molta gente che conoscevo. Mi arrampicavo sulla scalinata fino alla piazza del Campidoglio, con una vertigine, non so come spiegarle. Quasi in bilico. Ha mai fatto caso a quei gradini? Sembrano rovesciati, pendenti in senso inverso. Era come una forza centrifuga che mi spingeva fuori. lo cercavo di procedere verso il centro e vedevo a mano a mano le nove bare, una per volta, tutte in fila, coperte d'azzurro. Come se il fiato mi mancasse e la presa potesse scivolarmi via, a me, persona ancorata al terreno. Risalivo lentamente. E sentivo, ovattate, le voci delle autorità che manifestavano cordoglio. Sono arrivata, infine, e ho visto tutti i presenti, allineati a semicerchio intorno alle salme. Mani che si stringevano e visi contriti. Io, in tutto quel viavai confuso, sono riuscita a non perdermi una sola parola. Si ricorda quello che hanno detto? […] Applaudire, applaudivano tutti. Anche senza capire il senso. Il senso per esempio del nostro ambasciatore che auspicava cosa? Che quello fosse solo l'inizio di un futuro di cooperazione tra la Somalia e l'Italia. Lei cosa ne pensa? Quella pioggia di scatti e tutti, proprio tutti i giornali a parlare di noi. Improvvisamente, coi riflettori puntati sui volti grigio cenere. Ha visto come sono rossi gli occhi delle persone appena sbarcate? È il rosso di tanto sangue visto.

0 La gente era stretta tutt'intorno alla statua di Marco Aurelio. Mi sentivo ronzare le orecchie, come assordata da un piagnucolio incessante. Come se le rane avessero ricominciato a gracchiare. Cra cra cra. Non conosce la leggenda? Magari è solo una curiosità tramandata dalle guide turistiche… Quella storia che nella cavità della statua fosse rimasta acqua stagnante e di come, in quell'umidità, si fossero generate delle ranocchie. Cra cra cra. L'imperatore ci stava dicendo qualcosa?

Ma io non volevo mancare di rispetto alle salme. Le nostre donne piangevano, asciugandosi con l'angolo del garbasaar. Una è riuscita persino a raggiungere il sindaco: signor sindaco, deve fare qualcosa per il mio paese, e scatti ininterrotti a seguire: cra, cra, cra.

Infine una parte dei presenti si è spostata verso il teatro Marcello. Somali, dico, in prevalenza. Tre autobus aspettavano, come una culla: huwa ya huwa, ma non era una ninna nanna, piuttosto la nenia di una preghiera. Finché siamo arrivati alla moschea grande. Non era venerdì né lid, giorno di festa. Ma c'erano lo stesso bancarelle sparse. Dolci caramellati farciti di miele, pasticcini di mandorle e di cocco, foglie di vite e di verza ripiene di carne e di mandorle, croccanti al sesamo e alle noccioline, succo di seytuun, di mango, sciroppo al tamarindo, tè alla menta e al cardamomo. Il mio stomaco era contratto come un pugno.

Io? Vivo a Roma da anni ormai. Mi trovo bene. Ho la mia casa, i miei amici, la mia professione. Del passato è rimasto ben poco. Certamente un marito mi manca, dei figli miei, ma se penso a quei tizi con cui non puoi neanche berti un bicchiere di vino, o che dicono: quando sarai mia moglie non credere di poter andare in giro con questi jeans attillati. No, preferisco piuttosto che mi dicano western, sei diventata western ormai. Western, Allah ce ne scampi. Per me, ciò che conta è riuscire a lavorare. L'intensità aiuta a pensare di meno. Fare l'ostetrica è sempre vivere in emergenza. Certo, volendo ci si può limitare all'orario di lavoro, ma se hai un pizzico di coscienza è tuta un'altra cosa. Il fatto è che, dopo quei funerali ufficiali le cose sono cambiate. Forse è la mia prospettiva, non saprei. Qualcosa si è mosso. Sarà stata la consapevolezza del lutto? Non hai idea di quante domande produce una coscienza stuzzicata. E qui ci siamo. I funerali erano appena stati celebrati e i miei colleghi erano tutti compresi negli avvenimenti del mio paese quando è successo. I miei colleghi hanno sentito la notizia al telegiornale, mi hanno fatto le condoglianze, chiedendomi dettagli sulla guerra civile: ma è davvero così terribile la situazione? Io non avevo capito che…Non me l'hai mai detto! E i tuoi? Tutto a posto? Hai ancora qualcuno giù? Ma come siete rimasti? Avete contatti?

Copertina del libro