Il Saggiatore 2006
Ho provato per alcuni mesi un senso del confinamento, sino al 27 luglio del 2005, in un'estate in cui, dopo gli attentati di Londra, si era riuscita a inventare un' altra forma di interdizione spaziale: per un arabo, quella di avere un volto, il suo. Milano era una città blindata e subito dopo gli attentati del 7 luglio aveva messo m scena vari spettacoli di quell'impedimento: poliziotti ovunque nel raggio limitato del cuore della città e della Stazione Centrale, luoghi dove le leggende metropolitane narrano che si potrebbe saltare al passaggio; qualche scena di controllo lungo i binari del metrò e alle entrate e alle uscite; un episodio che è finito sui giornali, perché il giudice che si era avvicinato ai poliziotti protestando contro la cattura di un passeggero arabo privo di biglietto era Clementina Forleo, diventata famosa in seguito alla sentenza di assoluzione di tre imputati accusati di terrorismo da lei proposta sulla base di una distinzione tra atti di terrorismo e atti di guerriglia. Ma già dal mese di maggio, per me, quella città non era più la stessa dei lunghi anni in cui l'avevo abitata e si era trasformata in un intrico di vie e di luoghi da evitare. Solo quando il mio compagno era a casa, prigioniero del suo volto e di un foglio che non c'era, recuperavo un senso di libertà, minimo, essenziale, la certezza di poter camminare senza volgere gli occhi ovunque e il timore di qualcuno che ti fermi. li resto era un'attenzione continua, non lì, non qui, non un viaggio in treno la notte perché ci sono i controlli, non in quella piazza, non nell' altra, non nelle sedi politiche più istituzionali, non alla presentazione di un libro di una mia amica alla sede della Provincia di piazza Oberdan, perché fuori c'era la polizia e dentro agenti di una sicurezza privata: ci sono entrata da sola, per fedeltà all'amica, aspettando il momento di uscire, per fedeltà a Samir.
È una questione di abitudine. Samir, clandestino da anni, non aveva bisogno di molte attenzioni, aveva un sapere, sicuro, dei gesti spontanei a cui, nei giorni di luglio e nella Milano della messa in scena contro il terrorismo, doveva solo aggiungere qualche sguardo e qualche precauzione ulteriori. Per me, all'inizio, quasi tutto era una scoperta. Non vedevo, e l'esercizio dello sguardo rispetto alla polizia, in divisa e in borghese, era diventato dapprima quasi un'ossessione: la città che abitavo, che sapevo già blindata e spettacolare, si rivelava un territorio impossibile, impraticabile senza il suo sapere automatico che spiavo per cercare di imitare. Ma era un'imitazione che non mi riusciva, mi lasciava incerta, quasi bambina spaurita, con una mano tremante rispetto a gesti che avrebbero dovuto essere compiuti mostrando indifferenza e certezza del proprio stare nel mondo. Dopo gli attentati, comunque, Milano sembrava non avere più spazio, alcune piazze e alcune vie erano impraticabili, gli amici di Samir cominciavano a chiamarlo per dargli notizie di altri amici, i nomi degli amici di cui gli arrivavano notizie cambiavano, le notizie erano sempre le stesse: cinque mesi, sette mesi, un anno di carcere per non avere ottemperato al foglio di via. Gli effetti del nuovo decreto della Bossi-Fini, che norma il carcere per il nulla, a cui si aggiungeva il clima di quei giorni: il volto di un arabo faceva girare gli occhi di chiunque, il volto di un arabo con un sacchetto di plastica sul metrò faceva entrare la polizia nella carrozza per un controllo, il volto di un arabo accanto a me in coda davanti a un distributore automatico di biglietti, alla stazione, ha fatto arrivare cinque poliziotti, il volto di un arabo con uno zainetto, be', meglio evitarlo, "quando scendiamo dal treno lo zaino lo tengo io". Si evitavano alcuni luoghi: non piazza Duomo, non il centro, non vicino ad alcune sedi istituzionali, non la stazione e le vie accanto, un appuntamento in piazza San Babila sarebbe stato fuori discussione, e quando al telefono l'abbiamo fissato n, per spirito di semplificazione e presi da una sorta di pigrizia contro lo stato, l'attesa di Samir si è tramutata in un incubo, poiché a ogni angolo e a ogni strada, ovunque, lo spazio indeterminato da cui sarebbe potuto arrivare era attraversato da gruppetti di poliziotti in divisa o in borghese. Poi ho imparato, ho cominciato a ritrovare sicurezza, le frasi da dire di fronte ai poliziotti che ti osservano e che sono lì perché lì sei tu con qualcuno con il volto di un arabo. Mostravo indifferenza, me la sono presa ad alta voce con le macchinette dei biglietti che non funzionavano per indicare ai poliziotti il motivo per cui eravamo lì da più di "cinque minuti. A volte ero contenta di me e della mia falsa indifferenza, anche se Samir continuava a indicarmi scene che io non vedevo: due ragazzi che cambiano strada per non passare accanto ai poliziotti con i cani, qualcuno che esce dall'autobus all'ultimo minuto, qualcuno che cambia idea, alla stazione, prima di avvicinarsi al binario.
Ma essere arabo e dalla fisionomia riconoscibile, in più privo di permesso, è solo la condizione estrema creata da quel lavorio del controllo e del confinamento imperante nell' area Schengen.
In Italia, permessi di soggiorno a termine, di un anno, nel caso in cui l'assunzione sia a tempo determinato, di due, nel caso di un'assunzione a tempo indeterminato; cedolini e ricevute nei tempi di attesa per ottenere o rinnovare il permesso; fogli di permessi a cui si aggiunge, timbrato, un "valido solo per il territorio nazionale" e che permettono la partenza da una città italiana verso lo stato di provenienza soltanto con ritorno nella stessa città, cosicché le aree aeroportuali o portuali di una città diventano stati distanti e dai confini blindati rispetto alle altre città del territorio nazionale; visti turistici; permessi di soggiorno stagionali. Sono tutte forme di confinamento simili tra loro per un'oscillazione del confine tra la sua dimensione consueta,. spaziale, e una nuova dimensione, temporale. Sino al paradosso, toccato in Italia sempre durante i mesi estivi del 2005, per cui la funzione diacronica del confine si reintrecciava saldamente con quella spaziale, facendo diventare il territorio nazionale una sorta di prigione per molti immigrati e immigrate in attesa di rinnovo del permesso, dal momento che concedeva loro, per le vacanze nei loro paesi, un viaggio di andata e ritorno senza scalo in un altro aeroporto dell'area Schengen.