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Buchi Emecheta, Cittadina di seconda classe

Giunti/Astrea 1987

Foto dell'autrice "Brutte notizie", sputò fuori alla fine, Francis, come se avesse avuto qualcosa di amaro in bocca.

"Ci sono brutte notizie?", domandò, Adah, mentre il cuore le batteva forte tra le costole.

- Francis tirò fuori una busta, una busta impersonale, una di quelle terribili buste color kaki in cui di solito arrivano bollette del gas o i cartellini rosa dell'Azienda Elettrica Municipale. Comunque, quel tipo di busta non portava mai buone notizie e nessuno.

- Il messaggio era breve, essenziale. Nessuna perifrasi.

Un tale, un procuratore legale che rappresentava il padrone di casa, chiedeva loro di lasciare l'abitazione e di rinunciare a tutti i diritti di affitto del loro monolocale in Ashdown street. Ed entro un mese!

Francis e Adah dovevano cercarsi un altro posto in cui vivere. Se fosse stato possibile trovare facilmente un altro posto, si sarebbero subito trasferiti già alcune settimane dopo il loro arrivo a Londra. Ma non lo era stato. Leggeva, Adah tutti gli annunci esposti nelle vetrine. Quasi tutti i cartelli avevano la scritta "Non si affitta a gente di colore". La sua caccia alla casa era resa più difficile dal fatto di essere nera: nera, con due figli piccoli e incinta del terzo. Cominciava ad imparare che il colore della sua pelle era qualcosa di cui avrebbe dovuto vergognarsi. Non se ne era mai resa conto a casa, in Nigeria, anche quando era in mezzo ai bianchi. Quei bianchi avevano probabilmente avuto delle lezioni sul colore della pelle prima di arrivare ai tropici, perché non era mai sfuggito, da quelle caute bocche, il fatto che nei loro paesi di origine, essere nero era considerato qualcosa di inferiore. Ma ora Adah cominciava a capirlo, così non perse tempo a cercare un alloggio in un quartiere pulito, piacevole.

Lei, che qualche mese prima avrebbe accettato solo il meglio, era stata condizionata adesso ad aspettarsi solo cose inferiori. Ora stava imparando a sospettare di tutto ciò che era bello e puro. Quelle cose erano per i bianchi, non per i negri. Tutte le porte sembravano chiuse; nessuno voleva prendere in considerazione l'idea di ospitarli, anche se erano disposti a pagare il doppio dell'affitto normale. Cercò ovunque poté […].

Le cosi si misero al peggio quando il padrone di casa si stancò di loro fino al punto da non accettare i soldi dell'affitto. Adah e Francis ricevevano una lettera alla settimana dal procuratore legale; era uno stillicidio di lettere, un conto alla rovescia del numero dei giorni che restavano. Due settimane più tardi, Adah vide un cartello blu con la scritta "affittasi", senza l'aggiunta "Non si affitta a gente di colore". Per essere certa che non la dessero via proprio quel giorno, decise di telefonare alla padrona di casa non appena fosse arrivata in biblioteca. Avrebbe fatto in modo di telefonare quando le altre assistenti non fossero state nelle vicinanze, altrimenti avrebbero pensato che era matta. Aveva già programmato tutto nella sua testa. Lavorava e viveva a Londra da quasi sei mesi, e così cominciava a distinguer gli accenti. Sapeva che qualunque bianco avrebbe riconosciuto la voce di una dona africana al telefono. Così, per nasconderlo, si schiacciò le narici. La padrona di casa non l'avrebbe decisamente presa per una donna di Birminghan o di Londra, ma l'avrebbe potuta tranquillamente prendere per un'irlandese, una scozzese o un'italiana che parla inglese. Era comunque una cosa stupida da farsi, perché la padrona di casa avrebbe prima o poi scoperto la verità. La voce che risponde al telefono era quella di una donna di mezza età. Si, le avrebbe tenuto le camere. No, non le importava che ci fossero bambini. La donna aveva invitato lei e Francis ad andare da lei e questa era la cosa più importante. Perché mai si sarebbe dovuta attendere un rifiuto, quando la donna era sembrata così ben disposta?

"Abbiamo trovato una camera – no, disse Adah a Francis, due camere.[…] Le ho detto che saremmo andati verso le nove". Adah non gli disse che si era tappata il naso mentre parlava con la donna, né gli disse di aver scelto le nove perché sarebbe stato buio e forse la donna non si sarebbe accorta in tempo che erano neri.

[…] quando furono vicino a Hawley Street, Francis cominciò a soffiarsi il naso, restando indietro: sembrava stesse andando a farsi castrare. Si guardò attorno, ed esclamò: "Dio mio, questo posto sembra un cimitero". Adah si mise a ridere. Un riso di sollievo. Sì, la casa era in una zona diroccata; gli edifici erano completamente in rovina, o attraversavano vari stadi di demolizione. L'intera zona aveva un'aria desolata come quella di un cimitero abbandonato a se stesso. Alcune case erano scoperchiate, i muri erano nudi. I muri nudi sembravano tombe o le rovine delle case bombardare da Hitler.

Adah non si curò delle rovine e dello stato generale di abbandono perché più il posto era insalubre, più probabilmente la padrona di casa avrebbe preso dei negri. Bussarono alla porta. Una piccola testa di donna spuntò da una finestra. "Le camere – il cartello sulla bacheca", urlò Francis. "Si, faccio in un minuto. Scendo subito e ve le faccio vedere. Solo un momento". La porta si stava aprendo…Dapprima Adah pensò che la donna stesse per avere un attacco epilettico. Quando ebbe aperto la porta, la donna si portò una mano alla gola, mentre la bocca le si apriva e chiudeva, come se le mancasse l'aria, mentre i suoi chiari occhi di gatto si dilatavano al massimo. Fece ripetuti tentativi per parlare, ma non uscì alcun suono. Evidentemente le si era seccata la gola.

Ma alla fine ci riuscì. Oh si, ritrovò la voce. Adesso quella voce stava dicendo loro che era molto spiacente , ma le camere non c'erano più. Si, tutte e due. Avrebbe preso il loro nominativo, tuttavia, perché era certa che poco lontano da lì si sarebbe presto liberata un'altra camera. E indicò un punto sperduto in quella terra desolata. Se c'erano altre case nella direzione in cui lei stava puntando il dito, solo lei le vedeva…Francis e Adah non dissero nulla mentre quel torrente di parole continuava a scorrere […]. Si allontanarono in silenzio. Cominciava a farsi strada in loro la convinzione che a quel punto solo un miracolo li avrebbe salvati. E ciò che li salvò fu proprio qualcosa di molto simile ad un miracolo.Era una giornata di settembre umida e ventosa. La pioggia gelida sferzava i volti di Adah e Francis, e il cuore batteva loro forte in petto mentre avanzavano a passi incerti. Ciononostante, continuarono per la loro strada. Andavano dai Noble; avevano finalmente trovato una stanza. Willes Road era stretta, sboccava in Prince Road. Arrivando alla via da Queen's Crescent, la prospettiva che si aveva era grigia e poco accogliente, ma l'estremità che dava in Prince Road si allargava in un ridente gruppo di villette a schiera in stile edoardiano, ben tenute, con giardini antistanti ben curati. Quelle case, così pulite e belle, sembrava appartenessero ad un altro quartiere, ad un altro mondo.

Come c'era da aspettarsi, l'umile dimora di Mr Noble era situata nel bel mezzo della parte grigia e squallida. C'era un edificio gigantesco che sporgeva proprio nel mezzo della via, separando la metà ridente da quella grigia, come fosse ben deciso a dividere i poveri dai ricchi, le case dal ghetto, i bianchi dai neri. L'estremità sporgente dell'edificio era proprio come una barriera sociale: solida, ben visibile e inamovibile. Quell'edificio, in mattoni rossi, era una scuola o qualcosa di simile e sporgeva proprio di fronte alla casa di Mr Noble. […]

La casa di Mr Noble sembrava un nano tra due giganti. Aveva un'aria trascurata. Il giardino antistante era disseminato di mucchi di rifiuti e il recinto avrebbe dovuto essere riparato. L'intera casa aveva bisogno di una mano di vernice fresca. Francis guardò disperato a sinistra e a destra, come uno che vuole darsela a gambe. Adah lo guardò, domandandogli con aria silenziosa e triste che cosa avesse intenzione di fare. Francis ci ripensò. Forse ricordando il prezzo che aveva dovuto pagare per arrivare fin lì.

copertina del libro