Tempi e Spazi
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Jarmila Očkayová, Occhio a Pinocchio

Jannone 2006

Foto dell'autrice II mio primo impatto con la città non fu dei migliori. Mi resi conto subito che la città è un esperimento dell'uomo - ben riuscito - di ridurre il mondo a un perenne contrasto.

A parte quel grigio e i colori sovrapposti, tutto il resto resta allo stato di contrasto puro: rumori e silenzio, velocità e lentezza, puzze e profumi, luci artificiali e luce naturale, e via dicendo. E i contrasti agiscono con un meccanismo a incastro piuttosto complesso. Per fare un esempio: l'uomo cittadino può vivere immerso nel rumore perenne, ventiquattro ore al giorno, senza purtuttavia emettere un solo suono, senza pronunciare una sola parola, mai - e così resta aperto il quesito se ad avere la meglio siano i rumori o il silenzio.

Un altro possibile esempio è la velocità di spostamento. Questa ha molta importanza, per l'uomo cittadino, ma è assolutamente fine a se stessa. Non porta, cioè, da nessuna parte. Anzi: fa girare l'uomo in tondo tondo lungo un sentiero periferico che viene chiamato circonvallazione e sul quale, come suggerisce il nome, si può circumnavigare l'intera città. E più passa il tempo più vengono arrotondati anche altri sentieri, sia esterni che interni ai nuclei abitati. Per queste cosiddette rotonde l'uomo cittadino ha un gran debole: gli servono per velocizzare ulteriormente il tragitto ma anche, e soprattutto, per eliminare gli incroci. Gli incroci sono diventati un vero incubo, per l'uomo cittadino, e non sono in pochi coloro che vorrebbero vederli cancellati definitivamente dal paesaggio urbano.

Mentre nei suoi movimenti l'uomo cittadino privilegia la velocità, per la luce di cui si circonda accade l'esatto contrario: ha una decisa preferenza per la luce fissa, immobile, artificiale, a scapito di quella mobile, biodinamica, naturale. La luce fissa ha assunto una tale importanza, per l'uomo cittadino, che la usa addirittura per coprire le luci cosmiche, quelle delle stelle e della luna. L'effetto è devastante: l'uomo se ne va in giro per la città convinto di muoversi in una specie di salotto con tanto di soffitto - e nient'altro che soffitto. E un po' è pure vero, considerata tutta la roba che scaraventa lassù, quella cappa di fumi e di gas che si addensa sopra la sua testa come le nuvolette che accompagnano i personaggi dei fumetti circondando e ospitando tutti i loro pensieri.

Di esempi potrei farne altri, ce ne sarebbe un'infinità, ma la sostanza è questa: la città, con la sua luce spezzata, i suoni aggressivi, gli odori guasti e il cielo coperto, mi trasmette una certa tristezza. E mi fa venire la nostalgia del bosco.