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Pensare alla cittą con desiderio

Riflessioni, esperienze, contributi di un’attivista urbana

Desiderio di cittą

La visita guidata Ciò che ha spinto alla costituzione del gruppo di Geografia di genere è stato il nostro interesse per le pratiche e le riflessioni dell’abitare, l’abitare delle donne ma anche l’abitare in senso lato e la nostra volontà di dedicare attenzione alla realtà locale, che è stata spesso ignorata nel passato dal movimento delle donne; il nostro percorso è invece rivolto al posizionamento in un luogo specifico. Un luogo che può essere anche transitorio - l’abitazione che ci interessa non è per forza quella definitiva (che spesso non esiste) - ma quella dove si sta in questo dato momento, anche temporaneamente, ma avendo occhi per dove si è: quel hic et nunc che spesso nei nostri discorsi abbiamo tralasciato. Ciò comporta inevitabilmente l’abbandono di quel tema così caro a molte - “come donna non ho patria, non ho terra” - spesso sventolato come una bandiera, che a me invece è sempre risultato ambiguo e problematico. Questo enunciato deve essere invece sottoposto ad attenta critica per la presunta mancanza di relazione con un luogo, con una terra, con una lingua, prova di una terribile presunzione e dell’oscuramento della realtà che ci nutre, che può farci soffrire ma che rappresenta il legame stesso con la vita.

La città inoltre ci dà modo di agire la politica come luogo dell’efficacia e le donne sono là dove c’è possibilità di essere efficaci, dove la nostra azione ha senso e restituisce a noi stesse e alla città senso e significato; rispetto alla grande politica i vantaggi delle politiche locali sono davvero tanti e forse l’assenza delle donne a livello della grande politica istituzionale riguarda appunto l’impossibilità di esserci con efficacia e con i nostri tempi.

Il nostro gruppo è nato per un desiderio, direi più precisamente che è nato per liberare un desiderio sulla città, sul luogo in cui abitiamo e che sinora non avevamo ascoltato appieno: la possibilità quindi di pensare alla città con desiderio, di intraprendere percorsi perchè essa sia un luogo accogliente, bello, un luogo delle relazioni e del bisogno, modificando la prospettiva comune, quella che parte, per occuparsi di cittadinanza, all’interno della tradizione della nostra democrazia e dell’economia politica, dal cittadino singolo, da un essere considerato autosufficiente. Il portato delle donne, valore ormai condiviso da molti, sottolinea invece la nostra fragilità e il bisogno di altre, altri: siamo ed esistiamo dentro le relazioni: la città ci appare quindi come luogo cruciale delle relazioni, desiderio e bisogno di legami, incontri, vincoli.

Esistono per noi due piani di interesse: la realtà e le sue risorse concrete, di felicità, di bellezza, di scambi, di conflitti, perchè anche i conflitti appartengono inevitabilmente al piano della realtà, e infine di saperi.

Noi donne abbiamo dei saperi da scambiare sulla città e nella città, abbiamo delle competenze. Ognuna di noi, ognuno di noi ha del resto naturalmente delle competenze sul vivere, dei saperi dell’abitare ma spesso sono inconsapevoli o non hanno parole: noi “sappiamo” perchè stiamo bene in un luogo o in un altro, abbiamo la sensazione di agio o di disagio, percepiamo la bellezza o avvertiamo la paura; sappiamo cosa manca in un luogo affinché esso sia accogliente o apprezziamo proprio il fatto che in quel dato posto ci sia una panchina, un’aiuola, una zona dove potersi intrattenere; tuttavia per lo più non elaboriamo questi saperi né ci vengono mai richiesti. In questo modo le nostre competenze non divengono mai risorse per la comunità e non si trasformano neppure in valore ma restano mute. Noi invece siamo delle risorse e questa consapevolezza crea un modo diverso anche di intrattenere i rapporti con le istituzioni. Noi siamo risorse e penso che sia davvero stupido da parte delle istituzioni non comprendere questo dato elementare e farne spreco, non usufruirne. Spesso i cittadini possono indicare le strade per uscire dalle impasse della politica partitica, individuando una soluzione che è visibile solo da chi non è coinvolto dai linguaggi e dalle abitudini amministrative.

Il nostro desiderio è far quindi spazio e posto ai saperi sulla città e le donne di saperi ne hanno molti e negli ultimi anni c’è stato un ricco lavoro di raccolta e di elaborazione dei saperi sulla città, a partire dalla Carta Europea sulla città, ai vari documenti messi a punto, come quello di Maria Carla Baroni presentato al Forum Sociale Europeo di Parigi del novembre 2003, un testo segnato profondamente e problematicamente dal linguaggio della cura, ai percorsi delle donne scaturite da Agenda 21, ai siti sulle tematiche dell’accessibilità e alla sostenibilità, alla Rete delle Città vicine.

In questo nostro percorso abbiamo scoperto che ci sono dei saperi preziosi elaborati da donne architette, da donne urbaniste, da donne con competenze specifiche sul territorio che spesso hanno voluto mettersi in gioco con progetti di buone pratiche locali. Ci sono molte donne impegnate attivamente, che coniugano competenze a saperi “reali” del vivere, non solo attraverso gli insegnamenti impartiti dall’università di come funzionano le città bensì con la revisione e la trasformazione che si realizzano mettendo al centro la vita reale, i percorsi in città di donne, uomini, bambini, anziani, includendo, e non sottraendo, anche se stesse nell’orizzonte osservato ed evitando pertanto di fare di un cittadino generico con i suoi bisogni generici, il metro con cui rapportarsi alla realtà.

Ci siamo volute accostate a questo universo di elaborazioni perchè potesse aiutarci a mettere ancora più a fuoco il luogo in cui abitiamo e per far circolare questi saperi ancora poco noti in città, realizzando un ciclo di incontri aperti alla cittadinanza, confrontando la riflessione e le esperienze di Fanny Di Cara, architetta, che sa parlare e occuparsi concretamente di accessibilità in maniera davvero attenta e sensibile, quelle di Silvia Macchi, urbanista e studiosa della riflessione di genere sulla città, che si è misurata con il progetto di Piano regolatore del Comune di Roma, di Rachele Borghi, geografa che ha saputo restituirci la complessità del “senso di un luogo”. Grazie a lei abbiamo scoperto l’articolazione di genere che ha animato di recente la disciplina della geografia, molto importante perchè ci consente di aprire gli occhi in maniera diversa sulle strutture quotidiane.

Abbiamo infine deciso di partire da noi stesse, dal luogo dove siamo e dalle nostre reali relazioni, per un percorso di conoscenza del contesto attraverso un questionario (che distribuiamo volentieri) mutuato dalle autrici dell’autoinchiesta inserito nel sito www.tempiespazi.it (dai documenti dell’Autoinchiesta sull'abitare delle donne), che abbiamo ritagliato sui nostri bisogni. Ci si interroga sulla casa, la nostra abitazione in rapporto con la realtà e i desideri, lo spazio in cui è inserita, il quartiere, i nostri riferimenti, l’agio e il disagio, la valutazione della bellezza di un luogo, l’attenzione alla qualità dell’aria, dell’acqua, alle risorse, i contatti con altri contesti. Rispondere al questionario, confrontare le nostre risposte ha evidenziato molti elementi poco conosciuti anche da noi stesse e ha fatto emergere la fitta ragnatela di rapporti, relazioni, attenzioni allo spazio sociale, ai legami sociali e al desiderio di bellezza e soprattutto di natura in città.

Abbiamo deciso quindi di costruire una grande mappa del tessuto associativo che nutre la città, la nostra città, Venezia. Volevamo fare una mappa della città metropolitana (che comprende Mestre, Marghera e i nuovo quartieri ma siamo tutte del centro storico e quindi ci siamo dovute arrestare, anche perché sarebbe stato troppo oneroso) includendo tutte le associazioni che nutrono davvero la vita di questa città, da quelle di volontariato a quelle sociali e culturali, da quelle sportive a quelle politiche; là dove la voce dei cittadini e delle cittadine è presente ma non è quasi mai ascoltata. E’ stato anche questo un percorso di conoscenza che ci ha lasciato stupefatte, come scoprire che viviamo sopra un grande formicaio che produce legami, tiene insieme pezzi di città, porta nutrimento e sostanze dappertutto ma che è poco visibile: una voce e una vita sotterranea ricca di saperi, che rende possibile la vita reale, la possibilità di stare bene o di stare meno male, comunque di riuscire a stare in un luogo. Una mappa che vorremmo offrire in qualche modo alla città e alla rete di associazioni. E poi stiamo entrando in piccoli progetti di miglioramento della città, da un progetto di allestimento di una zona verde, a una festa popolare, alla discussione della trasformazione di una zona, piccoli contesti urbani, di condivisione non solo di donne ma di cittadini e cittadine, piccoli progetti che abbiano una potenzialità simbolica cioè che il “metodo” per procedere sia leggibile come il loro intrinseco contenuto, come contenuto esso stesso e che permetta di mantenere viva l’attenzione alla città e alle cittadine come risorsa.

Ciò che è emerso dalle nostre risposte, la mancanza di verde, il desiderio di giardini, di spazi naturali, ci ha inoltre spinto a proporre al Salone dell’editoria di pace di questo ottobre 2007 due incontri che si realizzeranno all’interno di un giardino in genere non accessibile, quello del Palazzo Soranzo Cappello della Soprintendenza per il Patrimonio storico-artistico e paesaggistico del Veneto, in Rio Marin, per godere e riflettere proprio del giardino in città come risorsa: risorsa di pace, bellezza e convivenza.

Relazione al convegno della Provincia di Venezia "Parità differenti": il 29 giugno 2007 a Ca' Corner: nuove prospettive delle politiche di genere.