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Domanda 4

4) Cosa si potrebbe e/o dovrebbe fare perchè questo tipo di politiche, che peraltro sono state oggetto di alcune buone legge regionali, siano finalmente assunte da donne e uomini come politiche centrali da inserire con forza nelle scelte e nell’azione del nuovo Governo nazionale, contribuendo a ridisegnare le coordinate di un nuovo sistema di sicurezze e garanzie sociali (il cosiddetto welfare)?

Patrizia Colletta

Partendo proprio dalle esperienze delle leggi regionali e dalla loro concreta applicazione è possibile anche costruire una strumentazione di livello nazionale di nuove politiche di sicurezza e di garanzia sociale implementando anche normative esistenti che hanno sicuramente modificato in meglio la situazione rispetto a qualche anno fa.

Ma c’è ancora molto da fare!

Quello che appare evidente è la necessità di attivare la società civile per rendere espliciti questi fabbisogni e queste domande sociali oggi in parte ancora latenti e non sufficientemente rappresentate.

Il governo Prodi sta affrontando la pesante eredità che aveva lasciato il governo precedente e ha fortemente caratterizzato la sua attività politica e legislativa sulle questioni sociali, sul risanamento e sul rilancio dell’economia. Tutte questioni prioritarie di grande rilevanza economica e sociale alle quali è giunto il momento di affiancare una accelerazione, anche in questa direzione, con un più stretto dialogo con il Paese, attraverso la mobilitazione sinergica di tutte le forze della coalizione.

La costruzione della riforma del governo del territorio è quindi a mio avviso un percorso di partecipazione per tutti, nel quale sono chiamate in causa le diverse componenti della società e le istituzioni competenti, ognuno per la propria parte. Per attuare questo processo di riforma dobbiamo ragionare e confrontarci, in modo da rendere sinergiche le nostre esperienze, per disegnare compiutamente l’idea che abbiamo della qualità della vita delle nostre città e dei nostri territori, per rispondere ai nuovi “diritti di cittadinanza”, per incidere sullo sviluppo economico e prefigurare un diverso modello di sviluppo più equo e sostenibile per il nostro Paese. Questo, per tutti, è un grande impegno per il nostro futuro.

Marvi Maggio

Una legge sul governo del territorio deve essere in grado di modificare i rapporti di forza e le regole di trasformazione urbana in favore di chi esprime un uso sociale delle città come bene comune. Bisogna liberare lo spazio dalla logica immobiliare e sviluppista, nel senso che deve prevalere il suo uso sociale su qualsiasi ipotesi di sfruttamento. Solo escludendo gli usi che producono rendita fondiaria – profitto immobiliare in favore di quelli di cui c’è davvero bisogno, potremo avere spazi in grado di ospitare nuovi modi di abitare, spazi comuni, collettivi, pubblici in cui possa svilupparsi la creatività sociale. Da un lato quindi va ottenuto spazio per quelle funzioni che sono oggi carenti nelle città: abitazioni a prezzi commisurati ai redditi (flessibili e fluttuanti) da lavoro e al mancato reddito dei disoccupati, servizi alla persona, spazi per l’istruzione permanente e per la cultura…

Ma un vero stato sociale, che in Italia non è mai esistito in pieno, oggi non può non porsi il problema del reddito per tutti. Se non c’è lavoro per tutti, tutti hanno bisogno di vivere. Luciano Gallino nel libro del 1998 “Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione” afferma che in Italia esiste una vera e propria “miniera di lavoro” che non viene sfruttata. Le aree di crescita occupazionale secondo lui sono molteplici: la difesa del suolo e dei cittadini, i beni culturali, i trasporti, la formazione e la ricerca. La strada che Gallino individua non è quella di moltiplicare gli oggetti da tenere in casa o in ufficio o addosso, ma bensì di creare lavoro finalizzato al miglioramento della qualità della vita. Quante attività di cura sono necessarie e quanto bisogno hanno le città e le metropoli di una riqualificazione ed infrastrutturazione sociale che non è fatta solo di spazi ed edifici pubblici e collettivi ma anche di persone che danno loro senso e contenuto. Il lavoro di riproduttivo, di cura delle persone, deve diventare centrale, ma deve essere retribuito in modo diretto o indiretto. Se ho il reddito di cittadinanza posso fare lavoro sociale e di cura, ma anche culturale ed artistico senza sottostare alle logiche elitarie e segreganti del mercato capitalistico.

Non solo produzione ma anche riproduzione, non tanto produzione di oggetti ma produzione di relazioni e di cultura, e perché no, di felicità. Ricordate? Un salto di paradigma.

Rossella Marchini

Occorre trasformare i territori dal punto di vista delle conquiste sociali e dei diritti di cittadinanza.

Le categorie culturali della sinistra storica non sono più sufficienti per affrontare questa situazione, non è più questione di sistema di opportunità per i più deboli, oppure di assistenza statale ai disagiati, o la tutela del lavoro in quanto tale. Non credo che le buone leggi regionali, che pure esistono, siano sufficienti se non si agisce a livello di trasformazione culturale profonda nel governo nazionale, scrivendo una carta dei diritti di cittadinanza e un sistema di valori condiviso.

Occorre costruire cioè, un nuovo modello di welfare che metta insieme tutti i versanti del vivere, e riunire i movimenti sociali, quelli civili, la politica, le associazioni di tutela e i sindacati in un percorso dal basso che proponga un’idea di città basata su altri principi e altre priorità. Innanzitutto il diritto all’abitare, che non è solo rivendicazione del diritto alla casa, ma un’opzione generale sulla città, sia sociale e politica che culturale. Il consumo del suolo, la proprietà, i diritti edificatori, la tassazione, la tariffazione, le utenze, la mobilità… dobbiamo cominciare a leggere tutte queste cose alla luce dei diritti di chi non ha casa, di chi la sta perdendo come di chi non l’ha mai avuta; alla luce delle necessità dei lavoratori immigrati e di una politica dell’accoglienza non più emergenziale ma tratto distintivo della città; come delle tante disabilità e difficoltà a vivere di cui si compone la città.

Dobbiamo imparare a leggere il territorio come tessuto di relazioni umane e non semplici funzioni, la politica dovrà fare riferimento a mappe umane più che a dinamiche amministrative. A questo ci sfidano i movimenti. A noi prima di raccogliere questa sfida, si apre la straordinaria possibilità di saper porre sempre nuove domande.

Anna Marson

Le “politiche” sono come noto una sequenza di azioni coordinate per il raggiungimento di un obiettivo, e in quanto tali non possono essere spostate da un contesto all’altro, da un gruppo di attori a un altro, venendo semplicemente “attuate”. In quanto costrutto, le politiche richiedono di essere costruite attivamente con la partecipazione dei diversi soggetti interessati, locali e non. Certo, il problema è naturalmente chi interagisce a costruirle, con quale cultura, interesse e percezione dei problemi, e si tratta ahimé quasi sempre di uomini.

Allora, oltre a darci da fare collettivamente per abbattere il cosiddetto tetto di cristallo, quel limite collettivamente internalizzato che rende così difficile alle donne salire ai ruoli più alti, suggerirei altre due linee d’azione.

La prima, in fondo più facile, è quella di obbligare gli uomini che ci governano a vivere almeno alcuni giorni all’anno da donna, con il carico di incombenze familiari e sociali di cui gran parte di noi si fa quotidianamente carico, a fronte tra l’altro di stipendi e ruoli in media assai inferiori a quelli maschili. Una forma di “gioco di ruolo” che potrebbe contribuire concretamente a cambiare le nostre e le loro vite.

La seconda è quella di far maturare nelle poche donne al governo la consapevolezza della differenza come elemento positivo: troppo spesso le donne che fanno carriera politica sembrano costrette ad adeguarsi ai modelli dominanti di pensiero e azione, chiaramente maschili. E a forza di adeguarsi, reprimono la loro differenza fino a scordarsela, o perderla. Non si tratta di un bello spettacolo, e rappresenta chiaramente un circolo vizioso da molteplici punti di vista: quello di rivendicare pari opportunità, quello di incoraggiare più donne a seguirne l’esempio, quello di fornire modelli alle generazioni future.

Angela Scarparo

Credo che qui entriamo in un campo più complesso. Credo che in Italia il potere politico (della destra e di certa sinistra) sia ancora troppo legato a quello economico. Credo che lo sia in un modo feudale, voglio dire, di casta. E per giunta nascosto, negato, ipocrita. Faccio un esempio. Anche negli Stati Uniti le lobby hanno potere e se tu appartieni a una lobby hai più diritti e più privilegi di un cittadino che è solo, o che appartiene a una piccola associazione per la difesa dei diritti, ma almeno da loro questo è trasparente. Da loro si sa che è così. Non che questo renda la vita meno 'ingiusta'. Ma noi siamo - diciamo di essere - la patria di certi diritti, di certe garanzie sociali, e quindi tutti e tutte potenzialmente dovremmo avere le stesse possibilità di partenza. E invece non è così. Detto ciò: credo che sia nostro compito quello di aumentare la nostra consapevolezza. Credo che noi e chi lavora come noi sul territorio non debba stancarsi di denunciare queste contraddizioni del nostro paese. Credo che noi dovremmo divertirci anche un po' di più nel denunciare queste contraddizioni, farlo non solo con spirito missionario, che se no diventa una palla pazzesca, ma come qualcosa che parte da noi, dalla nostra vita, da una passione che ci lega alla vita di tutti giorni, un progetto politico che riguarda il nostro modo di vivere, di abitare, di stare coi figli, con le amiche, con chi amiamo.