Patrizia Colletta
Dalla metà degli Anni ’60 le istanze concrete e più strettamente legate ai temi del welfare hanno determinato l’introduzione dei servizi connessi alle attività residenziali e al sostegno alla famiglia. Questo è avvenuto grazie soprattutto alla sensibilità delle donne che hanno vissuto direttamente la mancanza di servizi adeguati. Il processo di riconoscimento di queste istanze sociali nelle norme, nelle regole e nelle politiche di investimento è per diversi motivi molto lento e difficoltoso. Lo è stato negli anni ’60 per la battaglia che poi ha faticosamente prodotto il DM. 1444/68, lo è oggi per introdurre nel complesso sistema normativo elementi adeguati ai nuovi fabbisogni. E’ importante quindi riavviare con forza la discussione sulla tematiche della qualità della vita e delle politiche spazio-temporali per allargare la conoscenza e sensibilizzare nei diversi livelli i soggetti decisori. La legge sul governo del territorio può rappresentare una occasione per contribuire almeno in parte alla discussione ma importanti sono anche, altre esperienze come ad esempio l’attività che svolto la Consulta “Gianni Rodari” che è riuscita a portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni il delicato tema dei diritti dell’infanzia e di tutte le questioni legate alla vita da zero a sei anni.
Marvi Maggio
Non ci sono tempi senza spazi. Tanta fatica per nulla: il problema non è facilitare l’assolvimento del ruolo ma liberare dai ruoli imposti. Solo per libertà.
Non ci sono tempi senza spazi. Senza nuovi servizi non ci possono essere politiche spazio temporali che rompano le discriminazioni. Le politiche su tempi e spazi che si focalizzano sulla conciliazione dei tempi rischiano di congelare e di dare per scontata una divisione dei compiti che non ha nulla di naturale né di immodificabile. Per qualcuno la politica di genere sembra sia caratterizzata dall’accorgersi delle discriminazioni e dei lavori delegati alle donne, ma invece di incidere con politiche efficaci su questa ingiustizia, si usano palliativi per rendere meno oneroso il doppio lavoro, senza cercare di superarlo e di individuare modi concreti per superarlo. Questo approccio lascia la dicotomia dei compiti attribuiti in base al genere a sé stessa e non propone altro che di “far correre meglio” di qua e di là le donne, ma non pensa minimamente che certi compiti dovrebbero essere una funzione sociale, attribuita a servizi pubblici. La famiglia viene incensata mentre le vengono attribuiti compiti abnormi rispetto alle sue forze: la cura degli anziani anche non autosufficienti, solo per fare un esempio, in nome della solidarietà, ma in realtà in nome del risparmio sul welfare. Un risparmio attuato per liberare risorse per un eccesso di autostrade e opere pubbliche non sempre così necessarie (alta velocità), oppure finalizzate allo sviluppo economico, di cui sarebbe più logico si facessero carico direttamente imprese e aziende che di quelle infrastrutture hanno bisogno per i loro spropositati profitti/rendite.
Le politiche spazio temporali hanno senso se se ci sono spazi da connettere e se ad essere connessi sono opportuni luoghi per nuovi servizi altre a quelli tradizionali, invece mancano elementi fondamentali di infrastruttura sociale come gli spazi pubblici e collettivi per l’incontro e la cultura. E ogni scusa è buona per eliminare quei pochi che ci sono. Se gli spazi da connettere sono solo i negozi, quelli, per vendere sono disposti ad essere aperti a qualsiasi ora. Allentare la rigidità dei tempi dei servizi, se i servizi non ci sono, non ha un gran senso.
Bisogna liberare gli spazi perché possano accogliere ed ospitare la creatività individuale e collettiva. Liberare gli spazi significa affrontare il nodo della rendita fondiaria e dei profitti immobiliari. Se non si cambia logica da quella del valore di scambio al valore d’uso, dalla razionalità economica a quella sociale, non avremo spazi da connettere, ma solo brandelli, sempre più piccoli di spazio privato (più piccoli perché i prezzi fanno ridurre lo spazio abitativo consentito).
Se la preoccupazione dei tempi riguarda le corse per far convivere lavoro domestico, di cura, la riproduzione, con il lavoro retribuito, fino a che sono le donne a farsene carico, chi altro dovrebbe occuparsene?
Altri problemi nel regolare i tempi attengono al fatto che il tempo di lavoro e la stessa occupazione tende ad essere sempre più flessibile. Come si fa a regolamentare? Il tempo di lavoro è sempre più faticoso: flessibile per i datori di lavoro, rigidissimo per noi. Tempi di lavoro e tempi di vita devono essere compresi e affrontati insieme. Altrimenti di chi e di che cosa stiamo parlando?
Quanto alla sicurezza urbana, il problema è che questo termine mette insieme significati troppo diversi, che creano gravi fraintendimenti. Una accezione di sicurezza, quella che ci interessa in una prospettiva di genere, è che le donne devono poter girare dappertutto, anche di notte, senza rischiare molestie, intimidazioni e violenze: il termine “sicurezza” non descrive questo bisogno di libertà di usare la città e il diritto alla inviolabilità e all’autodeterminazione delle donne. Infatti sicurezza urbana significa anche altro: per esempio ordine pubblico, spesso ingiusto, cioè debole con i forti e forte con i deboli. Non credo di dover fare degli esempi. Bisogna imparare ad usare i termini corretti per esprimere un concetto, in altri termini chiamare le cose con il loro nome, e sicurezza urbana non ha in sé la capacità di rappresentare la libertà delle donne nel muoversi nello spazio urbano. Anzi il rischio dell’uso del termine sicurezza urbana è che fa sembrare che la nostra libertà di donne si ottenga espellendo gli emarginati dallo spazio pubblico, mentre molti nostri nemici (sessisti) hanno soldi e sono apparentemente “per bene”, nessun vigile o poliziotto li fermerebbe mai per un controllo di ordine pubblico.
Rossella Marchini
Le strutture spazio-temporali della città definiscono il modello di vita sociale di chi le abita, le conseguenze sono vissute da tutti e tutte, ogni giorno, nella fatica di abitare, di lavorare, di muoversi nel territorio. E’ fondamentale agire sulla definizione di tali strutture. Non sono quindi l’urbanistica e la pianificazione, come sono state fino ad oggi intese, gli strumenti per definire nuove regole per la trasformazione del territorio, ma piuttosto strumenti legislativi che facciano riferimento a quell’idea dell’abitare che si è andata definendo proprio a partire dalle elaborazioni del movimento delle donne. La qualità dell’ambiente urbano va costruita partendo dalla convinzione che la produzione ed il mantenimento della vita è più importante della produzione e del consumo di beni.
I movimenti delle donne, che hanno elaborato in passato numerose proposte per superare i ruoli di genere, tra cui la riduzione dell’orario di lavoro, la rivendicazione di servizi sociali diffusi nella città, una diversa ristrutturazione urbana che consenta lo sviluppo di un nuovo tipo di relazioni sociali, che superino lo spazio residenziale, devono tornare ad essere centrali nel produrre una diversa cultura urbana. Nuova cultura che abbia il coraggio di abbandonare alcune convinzioni novecentesche: pubblico non vuol dire necessariamente stato, le feste servono alla città, i diritti individuali non sono in contrasto con quelli collettivi, esistono soggettività differenti, reddito non vuol dire lavoro… e via di questo passo. Sul tema della sicurezza urbana deve essere fatta chiarezza. Noi vogliamo vivere in città più sicure per tutti e tutte. Ma l’idea che abbiamo della sicurezza è diversa da chi vuole costruire muri e recinti, ridurre ogni spazio pubblico, chiudere i cittadini dentro le loro case blindate. Fra parentesi, le case rappresentano per le donne un luogo affatto sicuro : ogni anno in Italia avvengono 3.500.000 di incidenti fra le mura domestiche ed il 70% di questi interessa le donne. Noi vogliamo costruire spazi aperti e inclusivi, ambienti sani e non inquinati da rifiuti, inceneritori e elettrosmog. Vogliamo sicurezza sui luoghi di lavoro, sicurezza alimentare e controllo delle risorse ambientali. Vogliamo non assistere inermi alla distruzione e alla guerra. Tutto questo si ottiene con una politica diversa e non con controllo e repressione.
Anna Marson
Il tema della sicurezza è esemplificativo nel mostrare come un ambito di riflessione e proposta su cui le donne hanno a lungo lavorato collettivamente sia stato loro espropriato da due apparenti derive (in realtà colpi messi a segno da rappresentanze di interessi ben concreti, in primo luogo economici):
- le tecnologie per la sicurezza, soprattutto sistemi di telecamere a circuito chiuso, spesso venduti e gestiti dalle stesse aziende multiutility che hanno trasformato in merce beni comuni essenziali come l’acqua;
- la nuova costruzione del territorio come somma di gated communities, insediamenti blindati e protetti per individui accomunati da livello di reddito e stile di consumo.
Credo che le donne, ahimé, dovrebbero confrontarsi a questo riguardo con il ruolo fallico delle tecnologie, e delle concentrazioni di interessi economici, ma anche con l’ideologia dello sviluppo che sottende i modelli di territorio che ci vengono comunemente proposti. Ovvero con l’idea che le comunità di censo e di consumo siano forme più evolute delle comunità di territorio, ancor oggi troppo spesso identificate con forme di controllo sociale resistenti all’emancipazione femminile. Le donne sono state a lungo costrette a negare i modelli tradizionali di equilibrio tra comunità insediate e territorio, in quanto luoghi di forte esercizio di varie forme di ‘controllo’ sociale limitanti la piena emancipazione femminile. Il modello alternativo, rappresentato dalla metropoli con le sue infinite periferie, sta tuttavia rivelando anch’esso sempre più i suoi aspetti negativi, e le soluzioni che trovano applicazione sono ovviamente quelle coerenti rispetto alle forze culturali ed economiche egemoniche nel promuoverlo e riprodurlo (che non sono, ovviamente, quelle di genere). Come donne dovremmo forse aprire una riflessione critica su cosa siano davvero oggi i diversi territori di vita, e quali siano i beni comuni essenziali al nostro benessere.
Territori più densi di relazioni sociali sembrano essenziali, ma è certo che la “cura” nel ri-costruirli non può essere scaricata prevalentemente sul genere femminile.
In Toscana ad esempio i sistemi di telecamere a circuito chiuso, per pubblicizzare i quali a Firenze è stata addirittura creata una fiera intitolata “Vivere sicuro”,i sono venduti ai Comuni dal gruppo Consiag SpA.Angela Scarparo
Credo dipenda dal fatto che le donne più degli uomini, e più in generale, vivano in una sola vita, concretamente, e non solo nei pensieri, quasi il doppio degli spazi che vivono gli uomini. Una donna più facilmente porta i figli a scuola prima di andare al lavoro. Più facilmente visita altre case, altri luoghi, portando i figli a casa degli amici o a scuola, per esempio. I figli assicurano a una donna una possibilità concreta di esperire il territorio. Più facilmente una donna riflette sul 'verde', e il verde non è un verde astratto, un giardino astratto, ma è il posto dove concretamente porti il cane a fare pipì o il bambino a prendere aria. Più facilmente una donna dal posto di lavoro passa a fare la spesa, dove magari ha il problema del parcheggio. Più facilmente una donna portando il bambino a spasso non riesce a passare perché le macchine sono posteggiate sui marciapiedi. E quindi riflette. Non dico che dia delle risposte. Ma ha sicuramente maggiori occasioni. Sto parlando in questo caso, di un tipo di donna che non ha, o ha minimi problemi di sopravvivenza economica. Se una donna ha problemi economici, e deve diciamo barcamenarsi, nella vita e sul territorio, credo che questi spazi di riflessione aumentino. Devi parlare con l'assistente sociale se non hai abbastanza soldi e hai bisogno di un contributo economico, vedere come fare per reagire a un eventuale sfratto o se pensi di aver diritto a una casa 'popolare', contattare l'asilo sul territorio nel caso tu abbia figli piccoli, gestire il rapporto con le maestre, con chi si occupa dei tuoi figli quanto tu lavori. Credo che ci siano tante associazioni, movimenti, gruppi, in cui come dite voi ci sono soprattutto donne che fanno un lavoro oscuro, quasi quotidiano di riflessione su come si potrebbe vivere meglio, su come appunto, evitare uno sfratto, riappropriarsi di un giardinetto, aver diritto automaticamente al posto all'asilo. Lavoro oscuro, che non solo non viene riconosciuto, ma viene anche osteggiato. L'amministrazione ti aiuta, se stai buona. Se hai bisogno e pianti casino, la minaccia è di essere lasciata sola.