Patrizia Colletta
La riforma del governo del territorio dovrà essere sicuramente l’occasione per garantire la centralità delle dotazioni territoriali come espressione concreta dei diritti di cittadinanza tutelati dalla Costituzione. L’obiettivo strategico è coniugare le sfide della modernizzazione con i principi della sostenibilità ambientale ma anche della coesione e della solidarietà sociale.
La nostra proposta prevede che le dotazioni territoriali debbano garantire i livelli minimi essenziali delle prestazioni sociali sul territorio nazionale come detta la Costituzione. Devono quindi essere individuati, con chiarezza, quali sono questi livelli da garantire, rendendo certi i diritti di cittadinanza: l’assistenza sociale e la sanità, l’istruzione, l’innovazione e la ricerca, l’esercizio della libertà di religione, la fruizione del tempo libero, della cultura e dello sport, la mobilità, l’accessibilità e il trasporto pubblico, il godimento dei beni paesaggistici e storici, la tutela dell’iniziativa economica in coerenza con l’utilità sociale e la sicurezza del lavoro, il servizio abitativo sociale. Questi rappresentano gli elementi costituitivi di un rinnovato welfare per le città e per le comunità.
Ritengo che questo sia uno dei passaggi essenziali che la riforma statale dovrà fare, inquadrando gli elementi fondamentali, ma nello stesso tempo delegando ad un atto normativo di secondo livello il compito di definire, in modo specifico e puntuale dopo un ampio dibattito, la quantità e la qualità, l’efficienza, la razionalizzazione dei servizi da rendere ai cittadini.
Con le dotazioni territoriali affrontiamo anche un altro tema molto importante: quello dell’edilizia e del servizio abitativo sociale. Occorre pensare non soltanto alla residenza in affitto, ma alla variegata domanda a cui oggi dobbiamo rispondere, costituita innanzitutto dall’emergenza abitativa ma anche del disagio diffuso e dall’edilizia temporanea, per consentire una maggiore flessibilità nel campo del lavoro, dello studio, delle relazioni umane e familiari.
Le dotazioni territoriali indicate dalla legge non possono che essere considerate quindi dei requisiti minimi per garantire i livelli essenziali sul territorio nazionale; così per l’edilizia destinata all’affitto sociale per la quale le Regioni, nella loro piena autonomia, dovranno verificare i fabbisogni pregressi e futuri e determinare le modalità, i criteri e i parametri tecnici ed economici del servizio da fornire ai cittadini.
Marvi Maggio
Le infrastrutture sociali del territorio: ovunque e dappertutto
Le dotazioni di infrastrutture sociali obbligatorie ed inderogabili devono essere riconosciute come elementi di qualità del territorio: nella legge sul governo del territorio, nella cultura e nelle pratiche delle pubbliche amministrazioni. Una responsabilità pubblica inderogabile. Gli standard urbanistici prescritti dal DM 1444/68 hanno costituito per molte amministrazioni un fastidioso obbligo da assolvere: spesso in modo formale e non sostanziale, come vincolo e non come servizio effettivamente predisposto. “Ho gli standard” per molti comuni significa averli sulla carta e non nella realtà, come se uno abitasse nell’immaginario e non nel territorio concreto.
Alcuni aspetti della normativa del DM1444/68 vanno modificati. E non mi riferisco agli standard per esempio delle scuole, in nome del fatto che nascerebbero meno bambini: una previsione, falsa e tendenziosa, visto che alcune amministrazioni le scuole se le sono vendute per far cassa e ora si rende necessario costruirne delle altre. Previsione smentita quindi, e che comunque non tiene conto del bisogno di istruzione permanente. Si potrebbero usare le scuole anche per altri utenti ed altre funzioni. I discorsi sulle prestazioni dei servizi e degli spazi collettivi residenziali avrebbero dovuto servire anche a questo: a capire che ci possono essere usi contemporanei, se sono compatibili, e che solo per fare un esempio, spazi usati al mattino e al pomeriggio dagli studenti possono essere usati da altri la sera. Le scuole possono essere pluri-funzionali, ed essere utilizzate anche per l’istruzione permanente, e le palestre, e le sale riunioni potrebbero essere utilizzate anche di sera. E non va dimenticata la grave carenza, rispetto alla domanda, di asili nido e scuole materne.
Nel DM 1444/68, va eliminata la differenziazione nell’obbligo di rispettare gli standard (rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e gli spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi) fra zone omogenee A (agglomerati urbani storici), B (aree totalmente o parzialmente edificate, diverse dalle zone A) e C (aree destinate a nuovi complessi insediativi). Infatti tutte le zone devono garantire i minimi di legge, anche le aree A e B. L’articolo 4 del DM prevede che le aree a servizio, per gli interventi in zone A e B, cioè in aree edificate del tutto o in parte, siano computati in misura doppia rispetto a quella effettiva, per rispondere ad una presunta difficoltà a reperire spazi per gli standard per esempio in un centro storico. Questo poteva avvenire “qualora sia dimostrata l’impossibilità – per mancata disponibilità di aree idonee…”. Se una qualche giustificazione poteva darsi in certe condizioni certo non è vera adesso, quando si liberano aree dismesse produttive e terziarie nelle aree edificate e gli interventi speculativi coprono tutto lo spazio disponibile e quello per i servizi pubblici alla persona non si trova mai. E’ successo che si liberasse spazio negli stessi centri storici ma invece di utilizzarlo per gli standard sono stati concessi nuovi interventi abitativi, uffici, commercio mentre i servizi sono stati spostati altrove, in zone meno appetibili e pregiate.
Va eliminato il “di norma” che precede la ripartizione delle quantità degli standard (“tale quantità va, di norma, ripartita”; art.3 secondo comma) che ha permesso ai comuni di limitare i servizi a parcheggi e verde magari sulla copertura del parcheggio, lasciando gli abitanti privi della qualità urbana di cui dovrebbero aver diritto. In una logica di stato non confessionale, le chiese vanno eliminate dagli standard: non solo perché ce ne sono già davvero tante, ma anche perché in base a questa norma la chiesa cattolica riceve dai comuni i fondi derivanti dagli oneri di urbanizzazione, quando mancano servizi essenziali come quelli per gli anziani (autosufficienti e non autosufficient) e i centri sociali e culturali pubblici. Gli edifici delle diverse confessioni vanno costruite a spese dei loro credenti. Compito dello stato è offrire gli spazi e i servizi universali cioè per tutti.
Ma abbiamo bisogno anche di nuovi spazi per servizi, oltre a quelli elencati nel DM, ed escluse come già detto chiese ed oratori. Case per anziani con lavoratori contrattualizzati cioè con orari di lavoro definiti e con tutti i diritti fondamentali da statuto dei lavoratori: anche assumendo le badanti straniere che così non si troverebbero da sole di fronte ai datori di lavoro, né sarebbero soli gli anziani, costretti ad andare al supermercato per vedere qualcuno. Luoghi di cura e di incontro per gli anziani nel mezzo degli insediamenti urbani per favorire l’incontro con gli altri di tutte le età: mai più soli.
Creare le nuove cattedrali laiche della cultura, della comunicazione, dello spettacolo, totalmente pubbliche. Imparare, insegnare, comunicare, discutere, decidere, progettare, assistere a spettacoli e guadare mostre, guardare gli altri, leggere, non da soli. Le scuole per tutti, lo spazio per l’istruzione permanente. Uso pubblico delle palestre. Centri sociali e case delle donne come spazi pubblici gestiti dai fruitori. Servizio alla persona universale significa che tutti devono poter accedere e che bisogna rompere la logica del servizio costruito dall’impresa privata che è disponibile a realizzare solo i servizi che rendono. Basti pensare al project financing che prevede siano attuati solo i servizi in grado di produrre reddito per ripagare che li realizza (e così si realizzano e sono davvero obbligatori solo i parcheggi a pagamento). Anche i mezzi pubblici e gli spazi pedonali fanno parte delle infrastrutture sociali urbane da rendere obbligatorie.
Rossella Marchini
Provare a definire con esattezza i temi di questa discussione non è affatto facile. Gli standards urbanistici hanno rappresentato un’importante conquista per la qualità delle città, la loro introduzione è stata il risultato di battaglie per un vivere migliore. Eppure basta guardarsi intorno per capire che il fallimento è stato quasi totale. Da una parte è vero che la loro applicazione non è stata sempre rispettata, ma è anche vero che si è dimostrata un’illusione il credere che un tot di metri quadri di verde per abitante, ad esempio, significasse la possibilità per ciascuno di godere della fruizione di parchi e giardini. Nel conto di quella quantità di verde sono entrati così patetici giardinetti, spartitraffico fra arterie congestionate dove è impossibile sostare o passeggiare. La totale indifferenza delle amministrazioni della qualità del vivere urbano dei cittadini ha raggiunto l’apice con la possibilità data ai costruttori di monetizzare gli standards non realizzati.
Credo che oggi riproporre standards, seppure ridefiniti in maniera radicalmente diversa, sia inutile al fine di costruire un abitare diverso. Non parlerei più di legge urbanistica nazionale, piuttosto lavorerei ad una legge sull’abitare, che contenga elementi di legislazione del territorio, insieme ad un nuovo modello di sviluppo e relazioni sociali. Non è possibile dividere il territorio da chi lo abita, e abitare un territorio non è solo disporre di una casa, ma muoversi, fruire e produrre cultura, godere di garanzie sociali. Dobbiamo stabilire nuovi “indicatori di abitabilità”. Non credo che il disastro dei nostri territori dipenda dall’assenza di una legislazione adeguata, ma piuttosto dalla progressiva trasformazione culturale, che ha relegato in fondo alla scala di valori la qualità della vita dei cittadini, mentre ha assunto il valore di mercato quale unico metro per valutare le scelte urbanistiche. Scontiamo l’assenza di non aver saputo produrre un nuovo pensiero sull’urbano.
Anna Marson
Certo, una buona legge nazionale di governo del territorio (l’urbanistica è materia di competenza regionale) sarebbe d’aiuto. Ma il fatto che la proposta di legge Lupi sia stata a suo tempo appoggiata anche da numerosi esponenti dei partiti di centro-sinistra, e che l’istituto degli Accordi di pianificazione (che permette a una proposta di iniziativa privata di diventare Variante ai piani comunali, provinciali e regionali) sia già previsto anche dalla legge regionale Toscana n.1/05, fa capire quali siano attualmente i rapporti di forza fra le diverse rappresentanze politiche, e ancor prima fra le diverse culture che permeano la nostra società.
Come noto, il progetto di legge Lupi proponeva l’eliminazione degli standard minimi nazionali vigenti dal 1968, delegando a ciascuna Regione il compito di definirli. La valutazione di inadeguatezza degli standard puramente quantitativi è ormai diffusa, ma la soluzione corretta sembra quella di mantenere l’obbligo di una dotazione quantitativa minima integrandola con criteri prestazionali adeguati, che garantiscano tra l’altro il carattere non privatistico ma collettivo del servizio.
Sembra comunque essenziale ribadire come, se i contenuti delle leggi sono importanti, almeno altrettanto conta la loro interpretazione, ovvero la cultura che ne disegna la cornice di ‘senso’ accompagnandone l’attuazione quotidiana. Le leggi sono un riferimento necessario, ma non sufficiente – da sole – a far ‘maturare’ una cultura che attribuisca alla qualità del territorio, alla forma della città, alla tipologia e accessibilità dei servizi il peso che spetta loro nel determinare il benessere collettivo. Decisivo è dunque il lavoro per far maturare e diffondere una cultura diversa, che adotti ad esempio il punto di vista di genere come parametro per valutare l’adeguatezza delle norme e delle procedure vigenti.
Angela Scarparo
Non solo condivido l'idea che potrebbe essere - la riscrittura degli standard - un modo per riflettere sulle responsabilità pubbliche in materia territoriale, ma credo che più in generale potrebbe essere un'occasione per riflettere su come noi ci atteggiamo rispetto a questa responsabilità. Io credo che dovremmo riflettere per esempio su quanto sia irresponsabile, il potere – economico e politico - cui questa responsabilità è affidata. Credo che dovremmo riflettere anche su un altro punto. Quanto, noi, donne e uomini che vivono sul territorio facciamo, per capirci di più su questo potere, per saperne di più? Quanti di noi sanno che tipo di progetti di ristrutturazione ci siano sul proprio territorio? Quanti di noi sanno come 'abitano'? Chi di noi sa se la propria abitazione ha o no i requisiti per essere vissuta? Chi sa che a Roma in 46 metri quadri ci si può vivere in due e nel Veneto no? Io credo che ci sia bisogno di nuove forme di autoconsapevolezza, di maggiore spirito critico anche da parte nostra. Credo che sia un nostro diritto, ma anche un nostro dovere quello di darci da fare per abitare decentemente.