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Domanda 1

1) Per quali ragioni, a tuo avviso, l’iter parlamentare delle proposte inerenti il governo del territorio e l’urbanistica è accompagnato da un così gran silenzio? Manca la coscienza diffusa del ruolo determinante che città e territorio sono chiamati a svolgere per il benessere di tutte e tutti? Oppure nessuno crede più che il destino di questa risorsa collettiva così preziosa ed esauribile possa essere salvaguardato dalla mano pubblica?

Patrizia Colletta

Le ragioni per le quali non si è ancora aperto un grande dibattito sulle proposte di riforma del governo del territorio sono a mio avviso molteplici. La prima è la scarsa comunicabilità e consapevolezza dell’opinione pubblica dell’importanza dei temi che riguardano il governo del territorio il quale, con troppe difficoltà, riesce a superare il ristretto ambito disciplinare per diventare invece una grande questione culturale politica e sociale. Sono convinta che sia necessario far diventare il governo del territorio l’oggetto di una discussione “vera” nel Paese perché questo si intreccia con i destini, con le aspettative, con i sogni e le necessità di milioni di cittadini. L’urbanistica e il governo del territorio hanno rappresentato e rappresentano il modo di declinare concretamente le scelte della politica per il sistema economico e per la vita dei cittadini, perchè rappresenta la capacità di dare risposte alle esigenze dei cittadini, di offrire loro le opportunità di sviluppo e di occupazione, di garantirne i diritti di cittadinanza. La difficoltà deriva a mio avviso anche dal fatto che si tratta di affrontare temi delicati che coinvolgono interessi forti (la proprietà fondiaria, i lavori pubblici ecc.) e allo stesso tempo operare per promuovere e rendere prioritari gli interessi della collettività rappresentati dalla qualità dello sviluppo, dalla tutela delle risorse non rinnovabili, dalla valorizzazione dell’immenso patrimonio storico, artistico, archeologico, paesaggistico e ambientale del nostro Paese. Non è da dimenticare che il dibattito sulla riforma della legge urbanistica del 1942 è stato importante in tutta la storia della seconda metà del secolo scorso e ha rappresentato, talvolta, l’elemento di snodo e di crisi dei governi del dopoguerra, nel periodo della ricostruzione postbellica, ha acceso i dibattiti parlamentari del periodo dell’espansione e delle grandi opere pubbliche degli anni ‘70 e ‘80, dalla legge Bucalossi a quella dei condoni edilizi e ha infine avuto il suo epilogo nell’urbanistica contrattata degli ultimi venti anni.

La seconda ragione è che a mio avviso manca la consapevolezza da parte dei cittadini di quanto le trasformazioni fisiche del territorio e delle città influiscono direttamente sulla qualità della vita. Spesso queste tematiche sono avvertite solo quando si verifica e si affronta una emergenza ambientale, come la realizzazione di un impianto di smaltimento di rifiuti o di una infrastruttura. Solitamente l’esasperazione del conflitto sociale è il frutto della sfiducia nei confronti delle istituzioni e della disinformazione ed è per questo necessario a mio avviso che la ricomposizione di una eticità nei rapporti di convivenza civile passi per la capacità della politica di interagire e interpretare i bisogni e le necessità dei cittadini. La riforma del governo del territorio può essere un ottimo terreno di confronto tra i cittadini, la politica e le istituzioni.

La terza ragione è che l’iter parlamentare dei disegni di legge presentati alla Camera e al Senato non è stato ancora avviato, in quanto non è ancora iniziato l’esame da parte delle competenti Commissioni. Questo in parte giustifica il silenzio sui disegni di legge presentati. Da parte nostra, Democratici di Sinistra, abbiamo avanzato una proposta di riforma del governo del territorio sul quale il gruppo parlamentare dell’Ulivo ha predisposto il testo e depositato il disegno di legge (A.C. 2319). All’interno di un quadro politico più generale, noi Democratici di Sinistra abbiamo formulato questa proposta di riforma seguendo un percorso di confronto e di dibattito sui temi e sui contenuti della riforma del governo del territorio, partendo dalle condizioni che hanno determinato le trasformazioni in questi anni, ma anche considerando le scelte e gli strumenti che abbiamo utilizzato per promuovere il cambiamento e governare.

Oggi, a me pare ci siano le premesse e le condizioni per rilanciare questo importante ragionamento e costruire un progetto politico basato anche sul patrimonio della nostra identità, della nostra storia e della nostra cultura urbanistica, che ci consenta di far nascere e sviluppare finalmente la nostra idea di un futuro di qualità per le città e per i territori. Per formulare la proposta di riforma del governo del territorio, l’approccio è stato quello di coinvolgere le nostre amministrazioni impegnate quotidianamente sulle scelte politiche di governo locale, ma anche di aprirci al confronto e al contributo della comunità scientifica e accademica, delle rappresentanze sociali e ambientaliste oltre che del mondo economico, valorizzando le esperienze e il patrimonio rappresentato dai contenuti delle nostre proposte di riforma presentate nelle scorse legislature. Siamo pervenuti, dopo una serie di importanti appuntamenti – dai convegni tenuti a Roma, alla Festa nazionale dell’Unità a Pesaro al convegno di Firenze dell’ottobre scorso - ad una proposta di riforma strutturata ma aperta a tutti i contributi che possono rappresentare i diversi punti di vista.

Marvi Maggio

Una legge ma non solo

Oggi siamo di fronte ad una forte e diffusa consapevolezza che territorio e insediamenti nelle loro diverse espressioni, sono un bene comune e che tutte le trasformazioni del territorio progettate e volute oppure prodotto indesiderato o semplicemente non previsto, hanno sempre un effetto sulle vite di chi quei territori li abita o in qualche modo li attraversa. E c’è anche la consapevolezza del diritto di tutte le persone coinvolte in qualità di abitanti, a partecipare ai processi decisionali e quindi alle scelte. Assunzione del territorio come bene comune e partecipazione alle decisioni da parte degli abitanti “subalterni”, è possibile solo e soltanto se si modificano i rapporti di forza e le regole del gioco, visto che esistono gruppi sociali, quelli definiti forti, che decidono in base ai propri interessi personali o di gruppo, arrivando spesso a nasconderli dietro falsi interessi comuni. Esiste quindi una domanda diretta o indiretta, esplicita o implicita, di nuovi esisti territoriali e quindi di nuove regole del gioco. Come modificare i rapporti di forza e le regole non è tuttavia scontato. Infatti la mano pubblica ha delegato e sta delegando in modo diretto o indiretto il governo della cosa pubblica e in particolare del territorio a enti e agenzia private, quando non addirittura a consorzi di imprese (privatizzazione del governo del territorio). Nessuno sembra responsabile e le leggi tendono a rendere flessibile e negoziabile l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. La flessibilità dei piani urbanistici e la discrezionalità delle scelte è da sempre lo strumento principe della valorizzazione immobiliare. Infatti la mancanza di regole a favore della razionalità sociale (contrapposta a quella economica) rende scontato l’esito: vincerà l’intervento più lucrativo, quello presentato dai soggetti imprenditoriali che di volta in volta (spesso sono sempre gli stessi) si dimostrerà il più forte. La pratica della vittoria del più forte viene congelata nella legge attraverso la flessibilità e la discrezionalità: da strapotere e connivenza diventa legalità, si trasferisce alla legge.

Siamo di fronte ad un dilagare di leggi sul governo del territorio inutili, non cogenti e anche di piani urbanistici e territoriali molto flessibili che lasciano le decisioni a chi di volta in volta, fra gli imprenditori, avrà più forza, come dire che sono i rapporti di forza che scelgono quali trasformazioni urbane avverranno, non certo la giustizia. Insomma le regole che dovrebbero proteggere i beni comuni se esistono possono essere stracciate, in base al solito diverso peso e diversa misura. Oppure si possono elaborare regole che rendono lecito e legale quello che non lo era. Certe descrizioni di cosa sia la governance assomigliano in modo sconcertante alle procedure proprie degli accordi illeciti di tangentopoli, come dire una legalizzazione dell’illegale. Non c’è limite all’asservimento di certi pseudo-intellettuali.

Tutto questo credo crei poca fiducia nella redazione di una legge. Un altro limite di ogni legge è che qualsiasi generalizzazione e inclusione di istanze sociali in una legge, sconta il fatto che il particolare viene ridotto e tagliato, svilito, quando diventa universale-generale, e molto viene perso. Questo non vuole dire che le leggi e i piani se opportunamente elaborati non possano contribuire a modificare i rapporti di forza e le regole del gioco. Leggi e piani possono essere usati per salvaguardare e far crescere i beni comuni, solo che dobbiamo essere noi “tecnici” a tradurre le istanze in norme e piani e dobbiamo essere noi (che conosciamo tanti trucchi) a farli diventare chiari e stringenti, fastidiosi per gli speculatori e i cacciatori di profitti e rendite, mai così intrecciate ed indissolubili come oggi. In questo contesto sta a noi essere chiare sulla posta in gioco e sui suoi limiti. Sta a noi definire come una legge sul governo del territorio possa assumere queste domande sociali di partecipazione e di qualità urbana e territoriale decisa e prodotta collettivamente.

Le lotte dei tanti comitati dei cittadini contro l’ennesima speculazione immobiliare, le lotte contro la TAV e la base USA al Dal Molin di Vicenza, decise in modo dittatoriale, alla faccia di tutte le false chiacchiere sulla democrazia e sulla partecipazione, mostrano quali problemi vanno affrontati; quali carenze sono presenti sui nostri territori e cosa manca. Le leggi devono inscrivere quelle norme che rispondano a quei bisogni e impediscano risultati socialmente deleteri.

Rossella Marchini

Il silenzio, così come il gran chiasso, è regolato dal sistema dell’informazione, che seleziona e indirizza gli argomenti d’interesse nazionale. Recentemente gli ospedali, e la situazione della sanità in generale, sono stati a lungo sulle prime pagine dei giornali, non perché fossero intervenuti accadimenti nuovi o eccezionali, ma solo perché un settimanale aveva lanciato una campagna con gran clamore. Sono stati disposti quei controlli e quelle ispezioni, che dovrebbero rappresentare la norma.

La legislazione urbanistica e le trasformazioni del territorio non rappresentano in questo momento un argomento da “prima pagina”. Eppure è possibile trovare un collegamento con la costruzione della città, in quasi tutte le notizie che troviamo sui quotidiani. L’elenco degli incidenti automobilistici segnala infrastrutture senza manutenzione, insufficienti ad assolvere al loro ruolo, lo straniero trovato avvolto nei giornali e morto di freddo ci indica una città incapace di accoglienza, la violenza dei giovani adolescenti è lo specchio di periferie degradate. Potrei proseguire con tanti altri esempi. Il collegamento che io faccio non è però così evidente per la gran parte delle persone, che non riescono a vedere nel progetto di governo del territorio il legame e la soluzione ai tanti problemi della città. Questo credo dipenda da due fattori, il primo rappresentato dall’eccessivo tecnicismo dell’argomento, che non è stato mai volutamente tradotto “in italiano”. Durante il periodo della discussione del Piano Regolatore a Roma abbiamo vissuto un’esperienza molto interessante. Si era costituita una rete di associazioni, comitati, cittadini che avevano trasformato le norme tecniche, i termini disciplinari in racconti di quartieri, case, spazi metropolitani, utilizzando le parole che tutti potevano comprendere. La partecipazione e l’interesse era molto ampio. Il secondo fattore è determinato dalla sfiducia nella capacità/volontà della politica di salvaguardare l’interesse della cittadinanza. La pubblica amministrazione viene vissuta come lontana dagli interessi della collettività, sottomessa alle leggi economiche, ostaggio dei poteri forti.

Da qui nascono le esperienze di partecipazione e conflitto che hanno animato il territorio in questi ultimi anni. Partecipazione e autogoverno parlano un linguaggio opposto a quello descritto dalle nostre istituzioni e regolamentato per legge, codici, comportamenti, ecc. Le pratiche e le forme del protagonismo sociale fanno fatica a “tradursi” in elementi di tipo normativo.

Anna Marson

La vera questione è che l’urbanistica e la pianificazione tradizionali, basate su indici quantitativi e zonizzazioni più o meno monofunzionali, e sull’elaborazione tecnocratica, sono considerate una vera ‘palla’, procedure energivore incapaci di produrre risultati efficaci e desiderabili, sia dai soggetti portatori di istanze progettuali fondate sull’esperienza di vita quotidiana che da coloro che auspicano una maggiore flessibilità nell’uso del territorio come merce. Da un lato infatti esse si propongono di definire un ottimo tecnico, e sono invece soggette ai ricatti politici, dall’altro mettono al lavoro una razionalità riconducibile alla città fordista, che oggi riteniamo superata e comunque produttrice di spazi non facilmente vivibili.

Modalità alternative di pensare e praticare l’urbanistica sono in elaborazione da anni, ma soffrono delle condizioni generali di contesto: scarsa propensione dei politici ad assumersi responsabilità, e a promuovere azioni di medio-lungo periodo; necessità per praticare la professione di un forte patronage politico; assenza di ruolo della comunità locale come committente formalmente riconosciuto. In un contesto così caratterizzato, anche le esperienze di progettazione più capaci nel recepire gli apporti partecipati e nel proporre forme urbane generatrici di benessere collettivo sono costrette all’angolo, e spesso irrimediabilmente soffocate, dall’azione combinata degli interessi forti e della razionalità burocratica.

La coscienza delle città e del territorio come ‘bene comune’ si va paradossalmente diffondendo in misura maggiore laddove, come nel Nordest, questi beni sono stati maggiormente consumati dallo sviluppo recente, mentre sembra nei fatti essere più arretrata – perlomeno nelle menti degli amministratori locali e dei sindacalisti - nella cosiddetta Toscana felix. In generale si può comunque constatare una sfiducia crescente nella ‘mano pubblica’, condivisa da urbaniste e urbanisti stremati dalle troppe esperienze concrete di interazione con rappresentanze di istituzioni pubbliche distratte e superficiali nel difendere gli interessi diffusi, e attente invece a gruppi portatori di interessi particolari. Appare quindi sempre più necessario e urgente sostituire l’aggettivo ‘pubblico’ (ovvero dell’istituzione pubblica) con ‘collettivo’ o ‘comune’, sforzandosi di garantire adeguata sostanza a questa accezione, facendo crescere una coscienza che esiste ed è già sufficientemente diffusa ma trova con difficoltà momenti di interazione positiva con gli enti territoriali.

Angela Scarparo

Io credo che il silenzio di cui voi parlate sia determinato dalla mancanza di una più generale visione diciamo, del mondo e degli esseri umani che questo mondo abitano,  da parte di una certa sinistra. Cerco di spiegarmi. Parlo della sinistra ‘buona’. Secondo me, la sinistra 'buona' – che è minoritaria per esempio all'interno dell'Unione - che vorrebbe finirla coi privilegi, e con il potere dei soliti gruppi economici - gruppi questi ultimi, che impongono invece la loro di visione degli esseri umani, e il modo in cui questi devono vivere e abitare – questa sinistra di cui parlo gioca sempre di rimando. Credo che in questo campo come in altri (pensiamo ai Pacs il cui disegno di legge è in discussione in questi giorni, e che come il diritto all’abitare riguarda la possibilità di autodeterminare la nostra vita) i partiti della sinistra buona fatichino a stare al passo. A furia di rispondere alle cosiddette emergenze, io credo non siamo più capaci di progetti, di pratiche reali,  e in qualche modo, pervasive, totali, di trasformazione della società. A differenza della destra – parlo della destra onesta - che ha un ben preciso progetto di controllo e di sfruttamento dei corpi e delle risorse -  e che quindi ha interesse al silenzio, in questo campo - di certa destra, che dicevo, si propone l’arricchimento (diciamo così) dei più capaci,  e in quel senso agisce e si muove,  la sinistra 'buona' è come se si fosse addormentata. Faccio un esempio. Se la destra ritirasse fuori in maniera esplicita questa storia degli standard urbanistici, la sinistra risponderebbe. Ma così no. Proprio perché non c'è un progetto, una pratica di vita generale, non c'è mai l'occasione per riflettere sull'abitare e sul territorio, sull'urbanistica e su un'idea di buona città. C'è solo la rincorsa e il tentativo di stare a galla, diciamo così. C'è l'emergenza della casa e del piano regolatore. Degli immigrati e dei CPT. Bisogna sempre rispondere a qualcuno. Ai problemi che la destra pone, che la piazza pone, che i singoli pongono.