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Angela Scarparo

Scrittrice e autrice di sceneggiature per il cinema; insieme a Susan Haydin gestisce “Il posto dei libri” (www.ilpostodeilibri.it, link esterno), rivista di consigli letterari on-line

1) Per quali ragioni, a tuo avviso, l’iter parlamentare delle proposte inerenti il governo del territorio e l’urbanistica è accompagnato da un così gran silenzio? Manca la coscienza diffusa del ruolo determinante che città e territorio sono chiamati a svolgere per il benessere di tutte e tutti? Oppure nessuno crede più che il destino di questa risorsa collettiva così preziosa ed esauribile possa essere salvaguardato dalla mano pubblica?

Io credo che il silenzio di cui voi parlate sia determinato dalla mancanza di una più generale visione diciamo, del mondo e degli esseri umani che questo mondo abitano,  da parte di una certa sinistra. Cerco di spiegarmi. Parlo della sinistra ‘buona’. Secondo me, la sinistra 'buona' – che è minoritaria per esempio all'interno dell'Unione - che vorrebbe finirla coi privilegi, e con il potere dei soliti gruppi economici - gruppi questi ultimi, che impongono invece la loro di visione degli esseri umani, e il modo in cui questi devono vivere e abitare – questa sinistra di cui parlo gioca sempre di rimando. Credo che in questo campo come in altri (pensiamo ai Pacs il cui disegno di legge è in discussione in questi giorni, e che come il diritto all’abitare riguarda la possibilità di autodeterminare la nostra vita) i partiti della sinistra buona fatichino a stare al passo. A furia di rispondere alle cosiddette emergenze, io credo non siamo più capaci di progetti, di pratiche reali,  e in qualche modo, pervasive, totali, di trasformazione della società. A differenza della destra – parlo della destra onesta - che ha un ben preciso progetto di controllo e di sfruttamento dei corpi e delle risorse -  e che quindi ha interesse al silenzio, in questo campo - di certa destra, che dicevo, si propone l’arricchimento (diciamo così) dei più capaci,  e in quel senso agisce e si muove,  la sinistra 'buona' è come se si fosse addormentata. Faccio un esempio. Se la destra ritirasse fuori in maniera esplicita questa storia degli standard urbanistici, la sinistra risponderebbe. Ma così no. Proprio perché non c'è un progetto, una pratica di vita generale, non c'è mai l'occasione per riflettere sull'abitare e sul territorio, sull'urbanistica e su un'idea di buona città. C'è solo la rincorsa e il tentativo di stare a galla, diciamo così. C'è l'emergenza della casa e del piano regolatore. Degli immigrati e dei CPT. Bisogna sempre rispondere a qualcuno. Ai problemi che la destra pone, che la piazza pone, che i singoli pongono.    

2) Condividi, del tutto o in parte, l’idea che la scrittura della legge urbanistica nazionale potrebbe offrire una occasione per ribadire la responsabilità pubblica in materia di dotazioni territoriali minime e nel contempo per riflettere sui limiti degli standard urbanistici (spesso non applicati o applicati solo come mera quantità, senza nessuna attenzione alla qualità dei servizi, alla loro localizzazione, diffusione, accessibilità, tempi di realizzazione, ecc.) al fine di ridefinirli radicalmente anche alla luce dei cambiamenti che hanno attraversato la nostra società?

Non solo condivido l'idea che potrebbe essere - la riscrittura degli standard - un modo per riflettere sulle responsabilità pubbliche in materia territoriale, ma credo che più in generale potrebbe essere un'occasione per riflettere su come noi ci atteggiamo rispetto a questa responsabilità. Io credo che dovremmo riflettere per esempio su quanto sia irresponsabile, il potere – economico e politico - cui questa responsabilità è affidata. Credo che dovremmo riflettere anche su un altro punto. Quanto, noi, donne e uomini che vivono sul territorio facciamo, per capirci di più su questo potere, per saperne di più? Quanti di noi sanno che tipo di progetti di ristrutturazione ci siano sul proprio territorio? Quanti di noi sanno come 'abitano'? Chi di noi sa se la propria abitazione ha o no i requisiti per essere vissuta? Chi sa che a Roma in 46 metri quadri ci si può vivere in due e nel Veneto no? Io credo che ci sia bisogno di nuove forme di autoconsapevolezza, di maggiore spirito critico anche da parte nostra. Credo che sia un nostro diritto, ma anche un nostro dovere quello di darci da fare per abitare decentemente.  

3) Il movimento delle donne ha già da tempo indicato la strada per ampliare il contributo dell’urbanistica alle politiche di welfare, andando ben oltre l’approccio delle “dotazioni territoriali minime”. Per quali ragioni, a tuo avviso, le tematiche legate alla qualità dei tempi e degli spazi di vita (le cosiddette politiche spazio-temporali) così come quelle relative alla sicurezza urbana, rimangono un ambito di riflessione, ricerca ed azione di alcune reti circoscritte ed animate soprattutto da donne?

Credo dipenda dal fatto che le donne più degli uomini, e più in generale, vivano in una sola vita, concretamente, e non solo nei pensieri, quasi il doppio degli spazi che vivono gli uomini. Una donna più facilmente porta i figli a scuola prima di andare al lavoro. Più facilmente visita altre case, altri luoghi, portando i figli a casa degli amici o a scuola, per esempio. I figli assicurano a una donna una possibilità concreta di esperire il territorio. Più facilmente una donna riflette sul 'verde', e il verde non è un verde astratto, un giardino astratto, ma è il posto dove concretamente porti il cane a fare pipì o il bambino a prendere aria. Più facilmente una donna dal posto di lavoro passa a fare la spesa, dove magari ha il problema del parcheggio. Più facilmente una donna portando il bambino a spasso non riesce a passare perché le macchine sono posteggiate sui marciapiedi. E quindi riflette. Non dico che dia delle risposte. Ma ha sicuramente maggiori occasioni. Sto parlando in questo caso, di un tipo di donna che non ha, o ha minimi problemi di sopravvivenza economica. Se una donna ha problemi economici, e deve diciamo barcamenarsi, nella vita e sul territorio, credo che questi spazi di riflessione aumentino. Devi parlare con l'assistente sociale se non hai abbastanza soldi e hai bisogno di un contributo economico, vedere come fare per reagire a un eventuale sfratto o se pensi di aver diritto a una casa 'popolare', contattare l'asilo sul territorio nel caso tu abbia figli piccoli, gestire il rapporto con le maestre, con chi si occupa dei tuoi figli quanto tu lavori. Credo che ci siano tante associazioni, movimenti, gruppi, in cui come dite voi ci sono soprattutto donne che fanno un lavoro oscuro, quasi quotidiano di riflessione su come si potrebbe vivere meglio, su come appunto, evitare uno sfratto, riappropriarsi di un giardinetto, aver diritto automaticamente al posto all'asilo. Lavoro oscuro, che non solo non viene riconosciuto, ma viene anche osteggiato. L'amministrazione ti aiuta, se stai buona. Se hai bisogno e pianti casino, la minaccia è di essere lasciata sola.

4) Cosa si potrebbe e/o dovrebbe fare perchè questo tipo di politiche, che peraltro sono state oggetto di alcune buone legge regionali, siano finalmente assunte da donne e uomini come politiche centrali da inserire con forza nelle scelte e nell’azione del nuovo Governo nazionale, contribuendo a ridisegnare le coordinate di un nuovo sistema di sicurezze e garanzie sociali (il cosiddetto welfare)?
Credo che qui entriamo in un campo più complesso. Credo che in Italia il potere politico (della destra e di certa sinistra) sia ancora troppo legato a quello economico. Credo che lo sia in un modo feudale, voglio dire, di casta. E per giunta nascosto, negato, ipocrita. Faccio un esempio. Anche negli Stati Uniti le lobby hanno potere e se tu appartieni a una lobby hai più diritti e più privilegi di un cittadino che è solo, o che appartiene a una piccola associazione per la difesa dei diritti, ma almeno da loro questo è trasparente. Da loro si sa che è così. Non che questo renda la vita meno 'ingiusta'. Ma noi siamo - diciamo di essere - la patria di certi diritti, di certe garanzie sociali, e quindi tutti e tutte potenzialmente dovremmo avere le stesse possibilità di partenza. E invece non è così. Detto ciò: credo che sia nostro compito quello di aumentare la nostra consapevolezza. Credo che noi e chi lavora come noi sul territorio non debba stancarsi di denunciare queste contraddizioni del nostro paese. Credo che noi dovremmo divertirci anche un po' di più nel denunciare queste contraddizioni, farlo non solo con spirito missionario, che se no diventa una palla pazzesca, ma come qualcosa che parte da noi, dalla nostra vita, da una passione che ci lega alla vita di tutti giorni, un progetto politico che riguarda il nostro modo di vivere, di abitare, di stare coi figli, con le amiche, con chi amiamo.