Docente di Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso lo IUAV di Venezia
La vera questione è che l’urbanistica e la pianificazione tradizionali, basate su indici quantitativi e zonizzazioni più o meno monofunzionali, e sull’elaborazione tecnocratica, sono considerate una vera ‘palla’, procedure energivore incapaci di produrre risultati efficaci e desiderabili, sia dai soggetti portatori di istanze progettuali fondate sull’esperienza di vita quotidiana che da coloro che auspicano una maggiore flessibilità nell’uso del territorio come merce. Da un lato infatti esse si propongono di definire un ottimo tecnico, e sono invece soggette ai ricatti politici, dall’altro mettono al lavoro una razionalità riconducibile alla città fordista, che oggi riteniamo superata e comunque produttrice di spazi non facilmente vivibili.
Modalità alternative di pensare e praticare l’urbanistica sono in elaborazione da anni, ma soffrono delle condizioni generali di contesto: scarsa propensione dei politici ad assumersi responsabilità, e a promuovere azioni di medio-lungo periodo; necessità per praticare la professione di un forte patronage politico; assenza di ruolo della comunità locale come committente formalmente riconosciuto. In un contesto così caratterizzato, anche le esperienze di progettazione più capaci nel recepire gli apporti partecipati e nel proporre forme urbane generatrici di benessere collettivo sono costrette all’angolo, e spesso irrimediabilmente soffocate, dall’azione combinata degli interessi forti e della razionalità burocratica.
La coscienza delle città e del territorio come ‘bene comune’ si va paradossalmente diffondendo in misura maggiore laddove, come nel Nordest, questi beni sono stati maggiormente consumati dallo sviluppo recente, mentre sembra nei fatti essere più arretrata – perlomeno nelle menti degli amministratori locali e dei sindacalisti - nella cosiddetta Toscana felix. In generale si può comunque constatare una sfiducia crescente nella ‘mano pubblica’, condivisa da urbaniste e urbanisti stremati dalle troppe esperienze concrete di interazione con rappresentanze di istituzioni pubbliche distratte e superficiali nel difendere gli interessi diffusi, e attente invece a gruppi portatori di interessi particolari. Appare quindi sempre più necessario e urgente sostituire l’aggettivo ‘pubblico’ (ovvero dell’istituzione pubblica) con ‘collettivo’ o ‘comune’, sforzandosi di garantire adeguata sostanza a questa accezione, facendo crescere una coscienza che esiste ed è già sufficientemente diffusa ma trova con difficoltà momenti di interazione positiva con gli enti territoriali.
Certo, una buona legge nazionale di governo del territorio (l’urbanistica è materia di competenza regionale) sarebbe d’aiuto. Ma il fatto che la proposta di legge Lupi sia stata a suo tempo appoggiata anche da numerosi esponenti dei partiti di centro-sinistra, e che l’istituto degli Accordi di pianificazione (che permette a una proposta di iniziativa privata di diventare Variante ai piani comunali, provinciali e regionali) sia già previsto anche dalla legge regionale Toscana n.1/05, fa capire quali siano attualmente i rapporti di forza fra le diverse rappresentanze politiche, e ancor prima fra le diverse culture che permeano la nostra società.
Come noto, il progetto di legge Lupi proponeva l’eliminazione degli standard minimi nazionali vigenti dal 1968, delegando a ciascuna Regione il compito di definirli. La valutazione di inadeguatezza degli standard puramente quantitativi è ormai diffusa, ma la soluzione corretta sembra quella di mantenere l’obbligo di una dotazione quantitativa minima integrandola con criteri prestazionali adeguati, che garantiscano tra l’altro il carattere non privatistico ma collettivo del servizio.
Sembra comunque essenziale ribadire come, se i contenuti delle leggi sono importanti, almeno altrettanto conta la loro interpretazione, ovvero la cultura che ne disegna la cornice di ‘senso’ accompagnandone l’attuazione quotidiana. Le leggi sono un riferimento necessario, ma non sufficiente – da sole – a far ‘maturare’ una cultura che attribuisca alla qualità del territorio, alla forma della città, alla tipologia e accessibilità dei servizi il peso che spetta loro nel determinare il benessere collettivo. Decisivo è dunque il lavoro per far maturare e diffondere una cultura diversa, che adotti ad esempio il punto di vista di genere come parametro per valutare l’adeguatezza delle norme e delle procedure vigenti.
Il tema della sicurezza è esemplificativo nel mostrare come un ambito di riflessione e proposta su cui le donne hanno a lungo lavorato collettivamente sia stato loro espropriato da due apparenti derive (in realtà colpi messi a segno da rappresentanze di interessi ben concreti, in primo luogo economici):
- le tecnologie per la sicurezza, soprattutto sistemi di telecamere a circuito chiuso, spesso venduti e gestiti dalle stesse aziende multiutility che hanno trasformato in merce beni comuni essenziali come l’acqua;
- la nuova costruzione del territorio come somma di gated communities, insediamenti blindati e protetti per individui accomunati da livello di reddito e stile di consumo.
Credo che le donne, ahimé, dovrebbero confrontarsi a questo riguardo con il ruolo fallico delle tecnologie, e delle concentrazioni di interessi economici, ma anche con l’ideologia dello sviluppo che sottende i modelli di territorio che ci vengono comunemente proposti. Ovvero con l’idea che le comunità di censo e di consumo siano forme più evolute delle comunità di territorio, ancor oggi troppo spesso identificate con forme di controllo sociale resistenti all’emancipazione femminile. Le donne sono state a lungo costrette a negare i modelli tradizionali di equilibrio tra comunità insediate e territorio, in quanto luoghi di forte esercizio di varie forme di ‘controllo’ sociale limitanti la piena emancipazione femminile. Il modello alternativo, rappresentato dalla metropoli con le sue infinite periferie, sta tuttavia rivelando anch’esso sempre più i suoi aspetti negativi, e le soluzioni che trovano applicazione sono ovviamente quelle coerenti rispetto alle forze culturali ed economiche egemoniche nel promuoverlo e riprodurlo (che non sono, ovviamente, quelle di genere). Come donne dovremmo forse aprire una riflessione critica su cosa siano davvero oggi i diversi territori di vita, e quali siano i beni comuni essenziali al nostro benessere.
Territori più densi di relazioni sociali sembrano essenziali, ma è certo che la “cura” nel ri-costruirli non può essere scaricata prevalentemente sul genere femminile.
Le “politiche” sono come noto una sequenza di azioni coordinate per il raggiungimento di un obiettivo, e in quanto tali non possono essere spostate da un contesto all’altro, da un gruppo di attori a un altro, venendo semplicemente “attuate”. In quanto costrutto, le politiche richiedono di essere costruite attivamente con la partecipazione dei diversi soggetti interessati, locali e non. Certo, il problema è naturalmente chi interagisce a costruirle, con quale cultura, interesse e percezione dei problemi, e si tratta ahimé quasi sempre di uomini.
Allora, oltre a darci da fare collettivamente per abbattere il cosiddetto tetto di cristallo, quel limite collettivamente internalizzato che rende così difficile alle donne salire ai ruoli più alti, suggerirei altre due linee d’azione.
La prima, in fondo più facile, è quella di obbligare gli uomini che ci governano a vivere almeno alcuni giorni all’anno da donna, con il carico di incombenze familiari e sociali di cui gran parte di noi si fa quotidianamente carico, a fronte tra l’altro di stipendi e ruoli in media assai inferiori a quelli maschili. Una forma di “gioco di ruolo” che potrebbe contribuire concretamente a cambiare le nostre e le loro vite.
La seconda è quella di far maturare nelle poche donne al governo la consapevolezza della differenza come elemento positivo: troppo spesso le donne che fanno carriera politica sembrano costrette ad adeguarsi ai modelli dominanti di pensiero e azione, chiaramente maschili. E a forza di adeguarsi, reprimono la loro differenza fino a scordarsela, o perderla. Non si tratta di un bello spettacolo, e rappresenta chiaramente un circolo vizioso da molteplici punti di vista: quello di rivendicare pari opportunità, quello di incoraggiare più donne a seguirne l’esempio, quello di fornire modelli alle generazioni future.