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Rossella Marchini

Architetta, politicamente impegnata a Roma nella Agenzia Comunitaria per i Diritti (Action)

1) Per quali ragioni, a tuo avviso, l’iter parlamentare delle proposte inerenti il governo del territorio e l’urbanistica è accompagnato da un così gran silenzio? Manca la coscienza diffusa del ruolo determinante che città e territorio sono chiamati a svolgere per il benessere di tutte e tutti? Oppure nessuno crede più che il destino di questa risorsa collettiva così preziosa ed esauribile possa essere salvaguardato dalla mano pubblica?

Il silenzio, così come il gran chiasso, è regolato dal sistema dell’informazione, che seleziona e indirizza gli argomenti d’interesse nazionale. Recentemente gli ospedali, e la situazione della sanità in generale, sono stati a lungo sulle prime pagine dei giornali, non perché fossero intervenuti accadimenti nuovi o eccezionali, ma solo perché un settimanale aveva lanciato una campagna con gran clamore. Sono stati disposti quei controlli e quelle ispezioni, che dovrebbero rappresentare la norma.

La legislazione urbanistica e le trasformazioni del territorio non rappresentano in questo momento un argomento da “prima pagina”. Eppure è possibile trovare un collegamento con la costruzione della città, in quasi tutte le notizie che troviamo sui quotidiani. L’elenco degli incidenti automobilistici segnala infrastrutture senza manutenzione, insufficienti ad assolvere al loro ruolo, lo straniero trovato avvolto nei giornali e morto di freddo ci indica una città incapace di accoglienza, la violenza dei giovani adolescenti è lo specchio di periferie degradate. Potrei proseguire con tanti altri esempi. Il collegamento che io faccio non è però così evidente per la gran parte delle persone, che non riescono a vedere nel progetto di governo del territorio il legame e la soluzione ai tanti problemi della città. Questo credo dipenda da due fattori, il primo rappresentato dall’eccessivo tecnicismo dell’argomento, che non è stato mai volutamente tradotto “in italiano”. Durante il periodo della discussione del Piano Regolatore a Roma abbiamo vissuto un’esperienza molto interessante. Si era costituita una rete di associazioni, comitati, cittadini che avevano trasformato le norme tecniche, i termini disciplinari in racconti di quartieri, case, spazi metropolitani, utilizzando le parole che tutti potevano comprendere. La partecipazione e l’interesse era molto ampio. Il secondo fattore è determinato dalla sfiducia nella capacità/volontà della politica di salvaguardare l’interesse della cittadinanza. La pubblica amministrazione viene vissuta come lontana dagli interessi della collettività, sottomessa alle leggi economiche, ostaggio dei poteri forti.

Da qui nascono le esperienze di partecipazione e conflitto che hanno animato il territorio in questi ultimi anni. Partecipazione e autogoverno parlano un linguaggio opposto a quello descritto dalle nostre istituzioni e regolamentato per legge, codici, comportamenti, ecc. Le pratiche e le forme del protagonismo sociale fanno fatica a “tradursi” in elementi di tipo normativo.

2) Condividi, del tutto o in parte, l’idea che la scrittura della legge urbanistica nazionale potrebbe offrire una occasione per ribadire la responsabilità pubblica in materia di dotazioni territoriali minime e nel contempo per riflettere sui limiti degli standard urbanistici (spesso non applicati o applicati solo come mera quantità, senza nessuna attenzione alla qualità dei servizi, alla loro localizzazione, diffusione, accessibilità, tempi di realizzazione, ecc.) al fine di ridefinirli radicalmente anche alla luce dei cambiamenti che hanno attraversato la nostra società?

Provare a definire con esattezza i temi di questa discussione non è affatto facile. Gli standards urbanistici hanno rappresentato un’importante conquista per la qualità delle città, la loro introduzione è stata il risultato di battaglie per un vivere migliore. Eppure basta guardarsi intorno per capire che il fallimento è stato quasi totale. Da una parte è vero che la loro applicazione non è stata sempre rispettata, ma è anche vero che si è dimostrata un’illusione il credere che un tot di metri quadri di verde per abitante, ad esempio, significasse la possibilità per ciascuno di godere della fruizione di parchi e giardini. Nel conto di quella quantità di verde sono entrati così patetici giardinetti, spartitraffico fra arterie congestionate dove è impossibile sostare o passeggiare. La totale indifferenza delle amministrazioni della qualità del vivere urbano dei cittadini ha raggiunto l’apice con la possibilità data ai costruttori di monetizzare gli standards non realizzati.

Credo che oggi riproporre standards, seppure ridefiniti in maniera radicalmente diversa, sia inutile al fine di costruire un abitare diverso. Non parlerei più di legge urbanistica nazionale, piuttosto lavorerei ad una legge sull’abitare, che contenga elementi di legislazione del territorio, insieme ad un nuovo modello di sviluppo e relazioni sociali. Non è possibile dividere il territorio da chi lo abita, e abitare un territorio non è solo disporre di una casa, ma muoversi, fruire e produrre cultura, godere di garanzie sociali. Dobbiamo stabilire nuovi “indicatori di abitabilità”. Non credo che il disastro dei nostri territori dipenda dall’assenza di una legislazione adeguata, ma piuttosto dalla progressiva trasformazione culturale, che ha relegato in fondo alla scala di valori la qualità della vita dei cittadini, mentre ha assunto il valore di mercato quale unico metro per valutare le scelte urbanistiche. Scontiamo l’assenza di non aver saputo produrre un nuovo pensiero sull’urbano.

3) Il movimento delle donne ha già da tempo indicato la strada per ampliare il contributo dell’urbanistica alle politiche di welfare, andando ben oltre l’approccio delle “dotazioni territoriali minime”. Per quali ragioni, a tuo avviso, le tematiche legate alla qualità dei tempi e degli spazi di vita (le cosiddette politiche spazio-temporali) così come quelle relative alla sicurezza urbana, rimangono un ambito di riflessione, ricerca ed azione di alcune reti circoscritte ed animate soprattutto da donne?

Le strutture spazio-temporali della città definiscono il modello di vita sociale di chi le abita, le conseguenze sono vissute da tutti e tutte, ogni giorno, nella fatica di abitare, di lavorare, di muoversi nel territorio. E’ fondamentale agire sulla definizione di tali strutture. Non sono quindi l’urbanistica e la pianificazione, come sono state fino ad oggi intese, gli strumenti per definire nuove regole per la trasformazione del territorio, ma piuttosto strumenti legislativi che facciano riferimento a quell’idea dell’abitare che si è andata definendo proprio a partire dalle elaborazioni del movimento delle donne. La qualità dell’ambiente urbano va costruita partendo dalla convinzione che la produzione ed il mantenimento della vita è più importante della produzione e del consumo di beni.

I movimenti delle donne, che hanno elaborato in passato numerose proposte per superare i ruoli di genere, tra cui la riduzione dell’orario di lavoro, la rivendicazione di servizi sociali diffusi nella città, una diversa ristrutturazione urbana che consenta lo sviluppo di un nuovo tipo di relazioni sociali, che superino lo spazio residenziale, devono tornare ad essere centrali nel produrre una diversa cultura urbana. Nuova cultura che abbia il coraggio di abbandonare alcune convinzioni novecentesche: pubblico non vuol dire necessariamente stato, le feste servono alla città, i diritti individuali non sono in contrasto con quelli collettivi, esistono soggettività differenti, reddito non vuol dire lavoro… e via di questo passo. Sul tema della sicurezza urbana deve essere fatta chiarezza. Noi vogliamo vivere in città più sicure per tutti e tutte. Ma l’idea che abbiamo della sicurezza è diversa da chi vuole costruire muri e recinti, ridurre ogni spazio pubblico, chiudere i cittadini dentro le loro case blindate. Fra parentesi, le case rappresentano per le donne un luogo affatto sicuro : ogni anno in Italia avvengono 3.500.000 di incidenti fra le mura domestiche ed il 70% di questi interessa le donne. Noi vogliamo costruire spazi aperti e inclusivi, ambienti sani e non inquinati da rifiuti, inceneritori e elettrosmog. Vogliamo sicurezza sui luoghi di lavoro, sicurezza alimentare e controllo delle risorse ambientali. Vogliamo non assistere inermi alla distruzione e alla guerra. Tutto questo si ottiene con una politica diversa e non con controllo e repressione.

4) Cosa si potrebbe e/o dovrebbe fare perchè questo tipo di politiche, che peraltro sono state oggetto di alcune buone legge regionali, siano finalmente assunte da donne e uomini come politiche centrali da inserire con forza nelle scelte e nell’azione del nuovo Governo nazionale, contribuendo a ridisegnare le coordinate di un nuovo sistema di sicurezze e garanzie sociali (il cosiddetto welfare)?

Occorre trasformare i territori dal punto di vista delle conquiste sociali e dei diritti di cittadinanza.

Le categorie culturali della sinistra storica non sono più sufficienti per affrontare questa situazione, non è più questione di sistema di opportunità per i più deboli, oppure di assistenza statale ai disagiati, o la tutela del lavoro in quanto tale. Non credo che le buone leggi regionali, che pure esistono, siano sufficienti se non si agisce a livello di trasformazione culturale profonda nel governo nazionale, scrivendo una carta dei diritti di cittadinanza e un sistema di valori condiviso.

Occorre costruire cioè, un nuovo modello di welfare che metta insieme tutti i versanti del vivere, e riunire i movimenti sociali, quelli civili, la politica, le associazioni di tutela e i sindacati in un percorso dal basso che proponga un’idea di città basata su altri principi e altre priorità. Innanzitutto il diritto all’abitare, che non è solo rivendicazione del diritto alla casa, ma un’opzione generale sulla città, sia sociale e politica che culturale. Il consumo del suolo, la proprietà, i diritti edificatori, la tassazione, la tariffazione, le utenze, la mobilità… dobbiamo cominciare a leggere tutte queste cose alla luce dei diritti di chi non ha casa, di chi la sta perdendo come di chi non l’ha mai avuta; alla luce delle necessità dei lavoratori immigrati e di una politica dell’accoglienza non più emergenziale ma tratto distintivo della città; come delle tante disabilità e difficoltà a vivere di cui si compone la città.

Dobbiamo imparare a leggere il territorio come tessuto di relazioni umane e non semplici funzioni, la politica dovrà fare riferimento a mappe umane più che a dinamiche amministrative. A questo ci sfidano i movimenti. A noi prima di raccogliere questa sfida, si apre la straordinaria possibilità di saper porre sempre nuove domande.