La storia del museo delle donne di Bonn inizia negli anni ’70, quando un gruppo di artiste, architette e urbaniste fonda un’associazione culturale per promuovere cultura al femminile e comincia ad organizzare le mostre itineranti “Frauen formen ihre Stadt” (le donne danno forma alla propria città). L’intento era di riappropriarsi della città, dell’abitare i luoghi come libera espressione di sé. L’idea del museo si concretizza nel 1984 quando il Comune di Bonn mette a disposizione temporaneamente del gruppo un edificio dismesso di 3000 mq. che ospitava i magazzini alimentari, nel centro storico della città, in occasione dell’iniziativa del Frauen-Sommer-Museum (Museo Estivo delle Donne), organizzato con l’Università di Bonn. La sede è stata poi letteralmente “occupata” dal gruppo di donne che ha proposto e organizzato mostre e iniziative culturali al fine di prendere possesso dello spazio in maniera definitiva.
Il Museo è caratterizzato da una struttura tipicamente razionalista, post-bellica, degli anni cinquanta, in cui gli elementi che la costituiscono hanno una vocazione prettamente funzionale nello sviluppo compositivo degli spazi e nell’essenzialità dei valori formali: i prospetti squadrati, su tre lati ciechi, si innalzano verticalmente sottolineando il passaggio tra un piano ed un altro con l’aggetto o la rientranza di alcuni corpi, finestre a nastro corrono sul prospetto principale dove sul muro bianco e scarno è dipinto, come un graffito il nome del Museo, gli impianti sono a vista. Queste caratteristiche sono rimaste pressoché immutate fino ad oggi, nonostante il cambiamento di destinazione d’uso dell’edificio da magazzino a Museo. Il corpo architettonico è racchiuso da una cortina edilizia che funge da passaggio tra la strada e l’ingresso del Museo, il cui spazio antistante chiuso sui quattro lati realizza una sorta di cortile, dove d’estate vengono realizzate performance dalle artiste di turno. L’edificio si sviluppa su tre livelli, conservando un valore di estensione spaziale uguale per i primi due piani e dimezzato per il terzo piano, dove la tridimensionalità dell’ambiente parallelepipedo si dilata infinito sullo sfondo vetrato, da cui si accede su un inaspettato tetto-giardino. Lo spazio interno è scandito da sottili pilastri a volte mascherati da provvisori elementi divisori, il piano terreno concentra diverse funzioni: lo shop, il caffé, gli uffici, l’archivio, i magazzini e una parte riservata alla mostra permanente del Museo. Il secondo ed il terzo livello costituiscono il vero spazio creativo del Museo, dove le artiste, grazie all’esistenza di diversi atelier, possono preparare le opere da esporre e soprattutto modificare lo spazio espositivo a loro piacimento.22
Durante i primi anni di attività i problemi economici erano tanti, ma le donne del museo hanno fatto di vizio virtù ed un anno in cui non avevano il riscaldamento e la luce hanno organizzato la mostra dedicata ai temi del freddo e dell’oscurità dal titolo “Pianeta d’inverno”. Il Museo si definisce un altro Museo, un museo vivo, luogo di aggregazione e di celebrazione del punto di vista femminile con toni sia seri che scherzosi. Ma è soprattutto luogo di ricerca, ispirazione e conoscenza a partire da esperienze, visioni, lavori e progetti di altre donne. Propone eventi e mostre temporanee, scenari di storia e arte, proposte con allestimenti interdisciplinari, in cui le opere d’arte contemporanea e le documentazioni di ricerche storiche svolte in collaborazione con l’università di Bonn interagiscono in maniera creativa e sperimentale.
Un altro obiettivo del Museo è quello di catalogare e archiviare materiali di artiste contemporanee per colmare le mancanze documentarie nel campo della storia dell'arte. Collabora regolarmente con enti pubblici e università e si intende, oltre che come museo di arte, come piattaforma per la trasmissione di ricerche storiche, sociali svolte all’università. “Perché gli studi sulle donne” – come dice Marianne Pitzen – “vengano liberate dalle università che li tengono in ostaggio!”. Esempi sono le mostre “La città delle donne” sulla figura e il pensiero di Christine de Pisan, “No Name, no Face, no Status” sul problema dell’anonimato delle donne, “Ruhm” che mette in mostra le opere di artiste di musei regionali, che per anni erano state relegate nei depositi, solo per citarne alcuni. Marianne Pitzen, artista, attivista e direttrice storica e carismatica del museo ha realizzato con altre artiste la mostra permanente: “La nuova società fatta di matrone” (36 matrone di diversi materiali). E’ lei che cura l’immagine del Museo e la programmazione che comprende attività tradizionali, ma anche performance provocatorie e azioni di disturbo. “Molti lo considerano un procedere poco serio, ma noi non eravamo portate a soddisfare aspettative comuni” ci dice ridendo.23 Una rinomata rivista di cultura femminile parla così del Museo delle donne e della sua direttrice, già definita affettuosamente una matrona moderna: “venti anni fa Marianne Pitzen, ha avuto il coraggio di realizzare la sua visione di un museo delle donne che è divenuto un faro nel panorama culturale della Germania, un gioiello splendente, prezioso. Ha coinvolto tanta gente ed ha dato a tante donne il coraggio di dare spazio all'arte delle donne”24