Alla fine degli anni settanta nei paesi di lingua tedesca gli studi sulle donne cominciano a prendere piede nelle università, ma nei musei la storia delle donne continua ad essere sottorappresentata. A questa svista culturale le associazioni femminili in Germania rispondono con iniziative che rivendicano sempre più il diritto alla rappresentazione delle donne nelle istituzioni museali, appunto, tra queste ricordiamo il progetto “Frauen ins Museum”. I gruppi femministi avviano progetti di produzione e diffusione di immagini auto-determinate, organizzano mostre al femminile nella città e nei musei e lavorano alla costruzione di una identità femminile. Le prime mostre partono da laboratori di storia che intendono rintracciare una genealogia femminile; in seguito l’attenzione si sposta sulla rivalutazione della vita quotidiana delle donne, sugli studi delle differenze e di genere. Ricerca storica e attivismo femminista sono strettamente connesse: nelle mostre vengono presentati i risultati delle ricerche al femminile. Anche nel campo dell’arte si avvia una ricognizione minuziosa delle artiste dimenticate con lo scopo di dare loro visibilità. Un esempio è l’iniziativa “Das verborgene Museum” (il museo nascosto) a Berlino nel 1987, che realizza una mostra di opere di donne escluse dalle esposizioni museali, conservate nei depositi o relegate in luoghi meno accessibili. Altre studiose analizzano e teorizzano la specificità dell’estetica e della poetica “femminile”. Presto, però, diviene evidente che le mostre temporanee sono troppo effimere per contribuire ad inscrivere in maniera permanente la produzione femminile nell’istituzione della memoria per eccellenza, il museo. Così cambia la strategia delle associazioni femminili, che si sviluppa in due direzioni opposte e complementari: da un lato quella dell’integrazione dei musei esistenti con sezioni dedicate alle donne o a riflessioni di genere, dall’altro quello della realizzazione di luoghi autonomi separati: i musei delle donne, appunto. I primi musei delle donne nascono a Bonn nel 1981 ed a Wiesbaden nel 1984. Proliferano, inoltre, le associazioni per un museo delle donne e nel 1989 il gruppo di ricerca “donne e lavoro” dell’Arbeitsmuseum di Amburgo chiede che il 50% della superficie museale venisse dedicata alle donne; una richiesta che non viene accolta. Molta parte dei progetti in questo ambito non possono, comunque, essere realizzati se non con grosse rinunce rispetto all’ambizioso sogno iniziale, questo per la mancanza di una volontà politica e quindi di fondi e di strutture adeguati. Non sorprende quindi, per esempio, che negli Stati Uniti, la storica iniziativa Women Heritage Museum Project del 1985 non abbia tuttora una sede, mentre la ricca ereditiera e collezionista Wilhelmina Holloday sia riuscita ad aprire il prestigioso National Museum of Women in Arts a Washington in tempi brevi. Nonostante tutte le difficoltà, alcuni musei delle donne riescono, grazie alla tenacia ed alla creatività delle promotrici, ad ottenere una sede ed a affermarsi. Nascono dal “basso”, come centri di documentazione e comunicazione di una cultura “controcorrente”, con risorse limitate e precarie. Le dimensioni che l’idea dei musei delle donne assume nei paesi di lingua tedesca costituisce, comunque, un unicum nel panorama mondiale.8