Rio de Janeiro, 22 aprile
La favela del Silvestre si trova nel colle più alto del quartiere di Santa Teresa, alla base del Corcovado, montagna su cui un Cristo di trenta metri apre le braccia sulla città di Sao Sebastaio do Rio de Janeiro. Dal Silvestre, bianchi, neri e mulatti scendono in uno stretto sentiero di terra, fiancheggiato da baracche con il tetto di zinco e le pareti senza intonaco. In mezzo a cani e gatti randagi, e a galline che bevono in pozzanghere di piogge passate, la folla non va verso il Cristo del Corcovado, ma segue il serpente liquido della fogna che porta in basso.
Ieri, il Brasile commemorava l'anniversario della morte del suo eroe Tiradentes. Oggi, sabato, 22 aprile dell'anno duemila, festeggia i cinquecento anni della sua scoperta.
I vestiti delle donne parlano di festa, come parlano di festa i loro bermuda colorati, le minigonne, i pantaloni a fiori. Anche le banderuole attaccate a dei fili suggeriscono un festeggiamento. Una donna nera con i capelli del colore del pau brasil, il legno rosso che ha dato il nome a questo immenso paese, cammina appoggiata ad un mulatto grasso. Non cambia nulla dire che il mulatto ha dei folti baffi. Questi sono dettagli, ma prima di arrivare ai fatti bisogna fermarsi sui particolari, altrimenti l'emozione si disperde. E l'emozione è tutta qua, intera, nell'aria, sui volti della gente, nel gesto del mulatto che tocca il braccio della donna dai capelli rossi.
La città, coperta da scuri nuvoloni, ha fuso il cielo e le montagne in un'enorme tela grigia. Lampi e tuoni distanti, per adesso.
Perché sono tutti così tesi? Come mai queste espressioni preoccupate? Non dovevano festeggiare? Cosa si nasconde dietro ai bisbiglii di questa gente?
A momenti, la donna dai capelli rossi sembra svenire. Un bambino nero indossa la camicia della squadra del Flamengo. Gli altri hanno canottiere con nomi di politici, banche, supermercati. I loro visi, più vecchi dell'età che hanno, si confondono in un solo grande viso serio e triste. Il caldo, simile al fiato di un grosso animale, s'incolla ai corpi sudati che formano un lungo cordone variopinto, come una sfilata di carnevale, ma di un carnevale a rovescio, svuotato dall'allegria chiassosa, senza balli e senza musica, con solo i tuoni a martellare la batucada.
Qualcuno dice “Arriva il temporale”, ma è anche questo un dettaglio. Anzi, per qualcuno il temporale sembra già essere arrivato. […]
È difficile portare la bara. Non perché eccessivamente pesante, ma perché la discesa è ripida. Due uomini la prendono da dietro, dagli anelli di ferro; un vecchio la alza dalla parte davanti, provando a metterla sulle spalle. Gli viene in aiuto un giovane che ha appena poggiato una corona sulla bara. In mezzo ai fiori, spiccano in lettere dorate le Saudades da Associacao Amigos do Silvestre.
Un tuono sveglia un neonato nelle braccia di sua madre. Il piccolo inizia a strillare come un agnello biblico portato in sacrificio.
Ragazzi e ragazze, uniti, piangono. Senza saperlo, piangono anche per il loro futuro che potrà avere un rituale simile a questo.
Si dice che favela, parola ben conosciuta nel vocabolario carioca, sia stata sostituita dalla parola morro. C'è chi preferisce, per esempio, parlare del morro invece della favela del Silvestre. Ma l'etimo non cambia la sostanza. La città è piena di questi colli (morros) dove abitano i meno abbienti. A Rio, abitare in alto ad un colle non è segno di benessere. Più in alto vivi, peggio stai.
Nel morro del Silvestre, alcune persone di bassa classe media lottano e lavorano onestamente per migliorare le loro condizioni di vita, in mezzo a disgraziati senza quotidiano. Alcuni vivono di espedienti. Ci sono quelli che cercano un modo rapido per uscire dalla miseria collaborando con il traffico delle droghe. Per molti abitanti del Silvestre, la miseria comincia alla nascita e prosegue fino alla morte, anche se i loro sogni somigliano in tutto ai sogni degli industriali e dei commercianti che vivono in ville sontuose, nelle strade asfaltate, sotto la favela. A Santa Teresa abitano pure degli intellettuali e degli artisti che cercano il silenzio e il contatto con la natura. Le loro case, però, non sono per niente simili alle baracche del Silvestre.
Il tram Dois Irmaos viene dal Largo da Carioca, al centro della città, e arriva, in alto, alla Capelinha del Silvestre, una chiesetta rustica dove di domenica un sacerdote gringo dice la messa. Nei giorni feriali, chi ritorna a casa dopo il lavoro, inizia dalla Capelinha a salire il morro.
È esattamente questo il tragitto della folla che adesso accompagna la bara. Solo che al contrario, perché scende. […]
[Ma proprio in luoghi come questo nasce il desiderio di narrazione come speranza]
“Marlene, ci racconti la storia del Gigante addormentato?” chiese Anderson.
“No!” gridò un altro bambino, “la storia del Saci Perere!”
“Facciamo così”, disse Marlene, “chi vuole il Gigante?”
Anderson alzò la mano, insieme ad una bambina.
“E chi vuole il Saci Perere?”
Tutte le altre mani si alzarono.
“Ha vinto il Saci Perere” disse Marlene.
Anderson schioccò la lingua:
“Mi piace di più la storia del Gigante.”
“In un altro momento, te la racconterò.”
“Me lo prometti?”
Marlene alzò il pollice della mano destra.
I bambini si avvicinarono ancora di più. Nel cielo, le nuvole si aprirono e il sole si frammentò sulle foglie del mango che sembrava avere tanti occhi luminosi.
La voce di Marlene adesso si sarebbe trasformata in un treno - diverso, ben diverso da quelli della Central -. un treno che avrebbe portato i bambini lontano dal Silvestre, dai cattivi odori del morro, distanti dalle ingiustizie in cui vivevano, verso un territorio dove tutti indistintamente potevano accedere ai beni che erano loro negati. Grazie alle sue storie - così si augurava Marlene - i bambini vedevano il mondo aperto al possibile. Nelle favelqs di Rio, solo con la fantasia si poteva nutrire la speranza. “Il Saci Perere, ha una sola gamba con la quale salta e folleggia per le nostre foreste. Compare e scompare, in grande rapidità. Quando pensi che lui sia qui, è già là, quando lo pensi là, è tornato vicino a te. Questo monello nero, la pipa sempre in bocca e in testa un berretto rosso, ha poteri magici, paventa gli indios, i negri, i bianchi, gli adulti e i bambini.”
“E cattivo?” domandò una ragazzina.
“No, non è cattivo, è un giocherellone, come voi, sempre in movimento. Scappa da tutti quelli che vogliono impossessarsi del suo berretto rosso. Quando un cacciatore sta per sparare sugli animali, il Saci Perere gli soffia su un orecchio, lo distrae e gli fa sbagliare il tiro, scompare e compare più avanti, chiedendogli fumo per la sua pipa. Nelle notti di luna piena, il Saci monta a cavallo e galoppa per i campi. È il terrore dei viandanti solitari.”
[…]
Finite le domande, restava solo il canto impazzito delle cicale.
Poi, le cicale cedevano il loro canto al silenzio, un silenzio compatto, pieno di domande non formulate. A quelle domande Marlene non poteva rispondere. Quando i bambini fossero andati a letto, sarebbero stati i loro sogni a suggerire le risposte.
[…]