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Da “Compleanno di morte” di Padma Hejmadi (in: AA.VV., India segreta. Racconti di scrittrici indiane, La Tartaruga 2000)

Copertina del libro

Prima di arrivare, il treno compie un lungo giro intorno alla città come a definirne il perimmo, come un cane gira intorno al pezzetto di terreno che ha scelto per la cuccia. Come, altrove, altri viaggi hanno girato intorno alla destinazione. Innsbruck, due anni fa: dopo aver raggiunto una cerchia di colline, il pullman da Venezia aveva fatto un giro tutt' intorno sul crinale prima di scendere, in cerchi sempre più stretti, fino al fondovalle e alla sua manciata di gioielli. “Innsbruck!” esclamò l'autista quando i gioielli divennero lampioni: destinazione raggiunta. “Innsbruck! " Una volta sul suolo austriaco, con il berretto blu calcato all'indietro sulla nuca, l'autista era diventato d'un tratto aggressivamente italiano, stanchissimo eppure instancabile nel lanciare maschi sguardi d'assenso a tutte le passeggere che scendevano pallide, abbagliate e stordite dopo la discesa in tondo dalle colline.

Come i miei giri esitanti intorno alle decisioni, sull'orlo di impegnarsi o no: a che cos'è che mi sto per legare? Eppure non posso saperlo prima di essermi legata. Come i gioielli, che non seppi identificare finché non diventarono Innsbruck, e come questa polverosa città del Deccan, che non riuscivo veramente ad assorbire in me prima di arrivarci oggi. È così che si misura l'età: non per cronologia ma per livelli di consapevolezza, ricordando, comparando, accavallando le esperienze. La mia età non è venticinque anni, ma due viaggi simili da comprendere e capire.

“Mi scusi, mi lasci abbassare per lei quel finestrino.” L'uomo di fronte: di una premura untuosa e grondante grasso.

“No,grazie” […] “Ma lei siede di faccia alla locomotiva, potrebbe venirle del fumo negli occhi.”

“No, davvero. Sono a posto. Davvero. Non si disturbi. Troppo gentile.” […]

Guardo fuori con attenzione la terra scura che mi sfreccia davanti: la terra nera del cotone dell’alto piano dell’india Centrale…[…]

Né raffreddori né amici né dolori a Innsbruck, eppure fu un viaggio prezioso come questo ritorno: per i miei occhi tropicali la primissima esperienza della primavera in un clima temperato: quella luce, di un verde così nuovo e delicato dappertutto, dappertutto finché il mondo intero era diventato di smeraldo. Qui la terra è nera e riarsa: il sole picchia. No, dopotutto i viaggi non si somigliano davvero. In Europa i cerchi affondavano in profondità, una festa per gli occhi e per i sensi. Qui in India, invece, le rotaie tracciano cerchi orizzontali intorno alla città, vecchia e profonda per età e implicazioni, in cui i secoli si mischiano confusi come un, mazzo di carte consunte. […]

“Siamo già arrivati?”

“Non ci sarà il segnale, probabilmente” dichiara lui.

All' esterno nulla, tranne la torrida immensità azzurra del cielo; i campi incolti; un carro puntellato sulle stanghe anteriori, mentre il bue è legato a un ceppo lì vicino […]. In lontananza, gruppetti di capanne con il tetto di paglia secca, i muri di fango e la terra nera. All'improvviso, dal nulla, sbuca una mendicante emaciata, senza età, con i capelli legati in una crocchia da contadina, i denti sporgenti e un neonato addormentato sulla spalla. Gli ha coperto la testa con il lembo sdrucito del sari, da cui spuntano due braccine e due gambe magre come stecchi. Apro il borsellino per cercare una moneta. “Farebbe meglio ad aspettare finché partiamo, e dargliela allora " dice l'uomo di fronte. “Se no vedrà che verranno tutti di corsa.”

Al posto della donna ora c'è un bambino di neanche tre anni. Una camicia blu scolorita gli copre appena l'ombelico, e sui fianchi porta il filo nero contro il malocchio; il sesso, le gambe lunghe e esili, i piedi incrostati di fango e di urina. Un occhio è tutta una piaga su cui le mosche si posano e non vanno più via. Non alza la mano per scacciarle, ma la tende soltanto con il palmo levato: “Amma, mamma...”

“Non fa altro che incoraggiarli. È così che anche gli uomini sani diventano mendicanti.” […] C'è un vecchio, adesso, una ragazzina, uno storpio, altri due uomini. “Vede, cosa le dicevo? Tipi sani. Niente più spiccioli, neanche per pagare il facchino alla stazione. All'improvviso ho paura: degli avvoltoi che si radunano, e dell' avvoltoio più grasso seduto di fronte a me che solleva una gamba traboccante, coperta dal dhoti, per appoggiarsi più comodamente al rivestimento imbottito. Il treno fa un sobbalzo d'avviso. Con lentezza l'uomo si tasta la tasca, apre un borsellino lucido e fa scivolare fuori alcuni spiccioli che getta fuori dal finestrino appena cominciamo a muoverci. I mendicanti si sparpagliano avidi a quattro zampe o ginocchioni a racimolare le monetine tra la polvere. Sono dietro di noi. Le ruote ora sferragliano più rumorose, girano più svelte divorando fame, vergogna e luoghi comuni: Se dai a uno vengono tutti di corsa. Quello che si fa è sempre una goccia nell'oceano... L'uomo rutta, soddisfatto. Ha dimostrato di aver ragione, la sua vanità è sazia.

All' estero, in Europa e in America, i treni mi hanno sempre irritato: soffocanti, impersonali, chiusi ermeticamente dai rumori e dagli odori esterni, senza nemmeno più lo sferragliare sordo e familiare, scivolano silenziosi dentro e fuori le mute stazioni. Qui invece a ogni finestrino si è esposti a ogni penoso brandello di vita. Chiudersi dentro, in sordina, è una diminuzione di vitalità: vuol dire non sentirsi lacerati, responsabili, molto meno vivi. Perciò gli avvoltoi fanno parte del gioco - questo viaggio avrà mai fine?

D'un tratto è finito. In mezzo al passaggio confuso di uomini e rumori - i turbanti rossi dei facchini, le grida dei venditori ambulanti, le edicole, le pile di bagagli, le sale d'attesa cupe come caverne - si staglia il volto vispo e delicato di mia sorella mentre scruta con ansia ogni compartimento che passa. Mia sorella. Una mano sottile, identica alla mia, mi afferra. […]

“Com' è stato?”

“È andato” Le racconterò più tardi.

Tra il pigia pigia della folla vengono smistati i bagagli. “Valigia, lenzuola, l'orcio per l'acqua. Nient'altro, sicura?”

“Sicura. Ah, non ho spiccioli.”

“Che hai fatto, te li sei mangiati? Non importa, ne ho io abbastanza.”

Incredibile come una persona così squisita possa essere tanto efficiente. Per evitare la mischia dell'ultimo momento ha ingaggiato un facchino in anticipo. Il numero 83 sulla fascetta di ottone al braccio [..] Dopo essersi avvolto il turbante a mo' di cuscino sulla testa, vi appoggia la valigia, getta sopra di slancio le lenzuola e si dirige verso l'uscita a grandi passi, mentre noi cerchiamo di stargli dietro dividendo in due il peso della giara. […].

abbellimento tipografico