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abbellimento tipograficoDa “Selvaggi amori” di Calixte Beyala, e/o 2004

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Vendevo il mio immenso sedere di negra a prezzi modici e fui soprannominata "signorina Bella Sorpresa". Quando non c'erano clienti, andavo a zonzo per le vie di faubourg Saint-Honoré dove i negozi erano di un lusso così smaccato che non riuscivo a immaginare come si potesse andarci a comprare qualcosa. Le altre donne non sembravano pensarla come me. Commesse vestite come hostess aprivano le porte e quelle entravano come fosse casa loro. Aggrottavo la fronte e mi tornava in mente il mio villaggio in Africa, circondato da alte colline dietro le quali scompariva il sole; vedevo le sue montagne scure disseminate di banani, e i suoi manghi dai grandi frutti rossi. […] L'erbaccia galleggiava sul fiume che attraversava il nostro paese, dove navigavano vecchie pentole di stagno, pezzi di wax e chiazze d'olio provenienti dalle lontane raffinerie. Quegli oggetti mi proiettavano in sogni luminosi e lasciavo il mio paese perché Dio si era mostrato più generoso in Europa. Canticchiavo canzoni malinconiche e le persone ben vestite che incrociavo mi restituivano sguardi freddi come il vetro. Passeggiavo per il Parc Monceau dove mettevano le decorazioni natalizie sugli alberi quando le foglie autunnali non avevano ancora finito di cadere. Emergevo dai miei ricordi e scorgevo tate che spingevano carrozzine dove sbocciavano come orchide teste di bambini su guanciali a volant. I muri in pietre da taglio erano lisci e le finestre avevano davanzali pieni di fiori. Persino i piccioni erano grassi e al sicuro. Ero ridicola con il mio vestito di maglina e le mie calze a fisarmonica. Posavo i piedi sull'asfalto: "Un giorno..." pensavo. Inghiottivo la mia rabbia.

A piccoli passi tornavo a Belleville dove le vie erano sporche, strette e brutte. L'aria era pervasa dall'odore delle castagne e del mais arrostito venduti dai negri. Ero felice di incontrare persone che mi conoscevano. “Come va Ève-Marie?” mi domandavano. Lacrime di gratitudine mi gonfiavano le palpebre. Sentivo i grilli cantare nei lampioni e battiti d'ali di uccellini che cacavano maleducati. In seguito Pléthore mi precisò che l'inquinamento aveva ucciso tutti i grilli e che quello era lo scroscio dell'acqua delle fogne.

Il signor Michel Dellacqua, il bottegaio francese con il respiro affannoso, mi chiamava: “Vuoi una mela, Bella Sorpresa?”. Roteava gli occhi, blaterava fesserie. Aveva il portafoglio vuoto e credeva di sedurmi con una mela come il serpente dell'Eden. Detestava i negri, gli arabi e gli ebrei. Con il mio enorme seno soffice, la mia pelle mezzanotte e i miei capelli crespi, io rappresentavo l'eccezione che conferma la regola. Afferravo la mela mentre il signor Dellacqua prendeva il suo accento super-raffinato e si estasiava: “Quello che mi piace più di tutto è un bel paio di grosse chiappe!”. E la sua faccia tonda si trasformava: “Mi amerai, un giorno?”. Battevo le mani: “E tua moglie Rosa, caro?”. Lui alzava le spalle e gli si afflosciavano le guance: “Non è la stessa cosa, tesoro!”. Scappavo via come una scolaretta. […].

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