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Ci troviamo io e mia sorella sul motorino a vagare per una zona ignota di Roma. Aziza ci ha spiegato per sommi capi dov’è la loro casa e ovviamente Magda sa. Guido io perché mia sorella è un'incapace sulle due come sulle quattro ruote. Percorriamo la Casilina e da lì, dopo un bel tratto, ci immettiamo in una strada che per un pezzo è il classico vialone di periferia con caseggiati grigi che si ispirano alla fantascienza pessimista degli anni Quaranta/Cinquanta. Non risparmio commenti sull'operato degli architetti e sulle loro responsabilità civili e morali nei confronti di intere fette della popolazione cresciute in ambienti come questi. Magda mi dà ragione. Strano. Non è mai successo. Finalmente arriviamo dove abita Aziza, almeno secondo il foglietto che ci ha mostrato. Non sembra nemmeno più di essere a Roma. Neppure nei film ho visto una cosa simile. Il palazzo sembra dover crollare da un momento all'altro, così come quelli intorno. Sono costruzioni recenti fatte alla meno peggio, con lo strettissimo necessario per essere catalogate come dimore. In alcuni punti non ci sono nemmeno i vetri alle finestre, ma teloni di plastica e cartoni a coprire dal vento e dal freddo. Siamo lì, imbambolate, a non credere ai nostri occhi. Mia sorella sussurra che ne aveva sentito parlare ma non immaginava fino a questo punto. Dice che sono case abusive (ovvio) che devono essere demolite dai tempi dei tempi (palese) e che sono state occupate da chissà chi (immagino), Poi però si è fatta avanti la malavita, e ora le gestisce affittandole agli immigrati e garantendo “protezione” dalla polizia, che qui, comunque, non metterà mai piede (...).
“Chi cercate?”. Ormai parlano solo arabo in questa città? Ma realizzo che conciata in quel modo mia sorella non desta dubbi. Dopo una serie di salamelecchi, Magda risponde all'uomo che ci si è parato davanti che stiamo cercando la casa di Umm Ibrahim - che in gergo vuol dire la madre di Ibrahim, perché è quello che diventi una volta che hai procreato. L'uomo si rabbuia. Si fa ostile. Ci chiede perché e per come. Vuole sapere chi siamo e cosa ci facciamo lì, in Italia e là davanti. Santa mia sorella e santo Corano! Magda comincia la sua opera di persuasione, che è più perfida di quella di un procuratore finanziario. Un versetto, un'informazione data, una richiesta, un luogo comune, un dato di fatto, e l'uomo è ai suoi piedi. La chiama figlia, sorella, poi madre. Ci offre il tè, ma mia sorella rifiuta dicendo che le farà piacere tornare con suo padre (!). A quel punto può fare di lui ciò che vuole. Ma si accontenta di assicurarsi che se ne vada in pace.
Così scendiamo nella casa di Aziza, una cantina, con un sacco di informazioni in più. Ora sappiamo che la famigliola è arrivata in Italia più o meno un anno fa. Aziza è riuscita a trovare qualche lavoretto a ore, saltuariamente fa anche la badante a vecchie signore malate e spesso sta fuori la notte. Nabil, il nostro informatore, garantisce che sono tutti lavori da donna rispettabile. Ma questa è l'ultima delle nostre preoccupazioni. Pare che la parrocchia si sia occupata un po' di loro, così come i servizi sociali. Ma mia sorella sostiene che si tratta di volontari, perché se i servizi sociali li avessero beccati in un posto così le avrebbero tolto i figli all'istante... Pare che il ragazzino sia molto sveglio, e che faccia tutto lui. Non ha nemmeno dieci anni, secondo Nabil. Ha imparato presto a parlare l'italiano, e spesso aiuta un vecchio che ha una carretta e vende frutta e verdura sulla consolare. Il vecchio gli regala qualcosa da mangiare. Un bambino educato, ma molto timido, e poi il povero ragazzo deve badare alla sorellastra e alla madre. Eh sì, perché non sono figli dello stesso padre. Nabil ci ha fatto intendere che Ibrahim è figlio del peccato, anche se la madre sostiene che il padre sia il suo primo marito, per di più italiano. Per questo ha deciso di venire in Italia. Sperava che lo Stato li avrebbe mantenuti, una volta saputo che scorreva sangue italico nelle vene del figliolo. Ma non è andata così. Solo dopo lunghe e tortuose manovre mia sorella è riuscita a fargli dire la cosa essenziale, e cioè che Aziza si è indebitata fino al collo con quelli che l'hanno fatta arrivare qui. E secondo lui una cosa è certa: lo hanno preso loro per fare pressione sulla donna. O... e ci ha fatto intendere il peggio, perché con quelli non si scherza. Ovviamente non c'è stato verso di farsi dire chi sono “quelli”.
Mentre giriamo per quella che Aziza chiama casa, una sensazione terribile ci assale. Ce lo leggiamo negli occhi.
“Mi ricordi di dire grazie a mamma, a Dio, al Caso, anche a papà a questo punto?”.
“Sì, io cercherò di ricordarmi di baciare dove passa mamma e di digiunare di più. In quanto al Caso ne discutiamo. Ma papà proprio no”.
La casa consiste in una stanza con un letto grande e una branda a fianco. Un tavolo sgangherato al centro con tre sedie pieghevoli e una credenzina su cui è appoggiato un fornello a gas da campeggio. Una stufetta per riscaldare e valigie come armadio. Una tenda lascia intravedere un lavabo, e immagino ci sia un wc. Niente doccia, niente vasca. Le pareti sono scure, grezze, come il suolo non pavimentato. Accanto al lettino vedo alcuni giornalini, mia sorella li sfoglia. Topolino, Diabolik e altri di cui non ho mai sentito.
“Così lui sarebbe figlio di un italiano?”, riprendo io per riempire il vuoto che sento in petto.
“Sì, così dice Nabil”.
“E se fosse andato a cercare il padre? Magari lo ha trovato e lo vuole conoscere”.
“Per ucciderlo, spero. Se trovi il responsabile del tuo vivere in un posto così come minimo lo sgozzi, poi ci passi sopra con un trattore”. Mia sorella è sempre stata suscettibile sull'argomento “padre”.
“Sì, forse hai ragione. Come fa un ragazzino a trovare un presunto padre italiano?”.
Dopo un ultimo sguardo alla miseria usciamo. A respirare.
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