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Da “Kif kif domani” di Faiza Guène, Mondadori 2005

Copertina del libro

Mia madre si era immaginata che la Francia fosse come nei film in bianco e nero degli anni Sessanta. Quelli con l'attore figo che racconta un sacco di scemenze alla sua donna, tenendo fissa la sigaretta in bocca. Lei e sua cugina Bouchra erano riuscite a captare i canali francesi grazie a un'antenna rudimentale fatta con una pentola d'acciaio per il cuscus. Così, quando è arrivata con mio padre a Livry-Gargan nel febbraio del 1984, ha pensato che avevano scambiato nave e sbagliato paese. Mi ha detto che, appena arrivata in quel minuscolo bilocale, per prima cosa ha vomitato. Non ho mai capito se fosse l'effetto del mal di mare o un presagio del suo futuro in questo paese.

“L'ultima volta che siamo tornate in Marocco ero smarrita e sconvolta. Ricordo le vecchie donne tatuate che venivano a sedersi di fianco alla mamma durante i matrimoni, i battesimi e le circoncisioni. “Sai, Yasmina, tua figlia sta diventando donna e bisognerebbe che tu cominciassi a pensare di trovarle un ragazzo di buona famiglia. Conosci Rachid? Quel giovane saldatore...”

Che stronze! Lo conosco quello lì. Quando parlano di lui, dicono tutti "quell'asino di Rachid". Anche i bambini di sei anni gli fanno gli scherzi e lo sfottono. E poi gli mancano quattro denti, non sa leggere, è strabico e puzza di piscio. Laggiù, basta avere due piccole escrescenze sul petto al posto dei seni, basta che sai tacere quando te lo chiedono e che sai cuocere il pane, ed è fatta, sei pronta . per il matrimonio. Comunque, adesso non credo che torneremo mai più in Marocco. Intanto non abbiamo i soldi, e mia madre dice che per lei sarebbe un'umiliazione troppo grande. Tutti la segnerebbero a dito. È convinta che quello che è successo sia solo colpa sua. Io invece credo che i responsabili in tutta questa storia siano due: mio padre e il destino.

Il futuro ci preoccupa, anche se non dovrebbe, perché forse in fondo non ne abbiamo uno. Potremmo morire fra dieci giorni, domani, o fra un momento, ora, ecco fatto. È quel genere di roba che non si prevede. Non c'è preavviso, e non puoi rinviare. Non come le bollette della luce scadute. […]

Quando ero piccola e la mamma mi portava ai giardinetti, nessuno voleva giocare con me. Li chiamavo "i giardinetti dei francesi" perché si trovavano in mezzo ai villini abitati quasi esclusivamente da famiglie di qui. Una volta stavano facendo un girotondo e si sono rifiutati di darmi la mano perché era il giorno dopo l'Aid, la festa del montone, e la mamma mi aveva messo dell'henné sul palmo della mano destra. Quelle piccole facce da schiaffi credevano che mi fossi sporcata.

Non avevano capito mente della commistione sociale e dell'incrocio delle culture. Bisogna dire che non è del tutto colpa loro. C'è comunque una netta divisione fra il Quartiere Paradiso in cui abito io e la zona dei villini Rousseau. Immensi reticolati che sanno di ruggine tanto sono vecchi, e un muro di pietra che corre per il lungo. Peggio della linea Maginot o del Muro di Berlino. Sul nostro lato c'è di tutto, disegni e manifesti di concerti o serate orientali, graffiti che celebrano Saddam Hussein o Che Guevara, testimonianze scritte di patriottismo tipo "Viva la Tunisia" o "Senegal è bello", e perfino frasi riprese da canzoni rap che hanno un vago sapore filosofico. Ma io, ciò che preferisco su quel muro, è un vecchio disegno che sopravvive da tempo, molto prima che venisse di moda il rap o che scoppiasse la guerra in Iraq. Raffigura un angelo ammanettato con una croce rossa sulla bocca.

[…]

Siccome la mamma è in vacanza fino alla settimana prossima, abbiamo deciso di andare a farci un giro insieme a Parigi. Era la prima volta che vedeva la Tour Eiffel dal vero, anche se abita a mezz'ora di treno da vent'anni. Se no, è sempre stato soltanto alla tele, nel tg delle tredici, il giorno dopo il Capodanno, quando è tutta illuminata e la folla festeggia ai suoi piedi, tutti ballano, s'abbracciano e si ubriacano. Comunque, era davvero impressionata.

“Secondo me è due, tre volte più grande del nostro stabile, non pensi?”

Le ho risposto che era sicuramente come diceva, tranne che il nostro stabile e l'intero quartiere suscitano molto meno interesse nei turisti. Non ci sono orde di giapponesi con macchina fotografica sotto le torri del quartiere. A interessarsene sono solo dei giornalisti esaltati con i loro schifosi reportage sulla violenza nelle periferie.

La mamma sarebbe tranquillamente rimasta a guardarla per delle ore. Io la trovo bruttina, ma è vero che incute soggezione, perché è proprio imponente la Tour Eiffel. Mi sarebbe tanto piaciuto salire sugli ascensori rossi e gialli, tipo ketchup-maionese, ma costava troppo. E poi avremmo dovuto fare la coda con dei tedeschi, dei giapponesi, degli inglesi e un mucchio di altri turisti che non hanno paura del vuoto e tantomeno sono spaventati di spendere.

[Ma alla fine si apre una finestra……]

Non importa se non ho più un padre, perché ce n'è tanti che non hanno più un padre. In più io ho una madre...

Che sta sempre meglio. È libera, colta (più o meno) e non ha neanche dovuto ricorrere a una terapia per venirne fuori. Le manca solo l'abbonamento a "Elle" per essere una donna realizzata. Cosa posso volere di più? Pensate che potrei rispondere "niente"? Invece no, mi mancano ancora un sacco di cose. Qui c'è ancora molto da cambiare... Ecco, mi viene un'idea. Perché non danni alla politica? "Da parrucchiera a presidente il passo è breve." È una frase che ti rimane in testa. Dovrei inventarne di più così, un po' come le citazioni che si leggono nel sussidiario, tipo quel fesso di Napoleone che dice: “Ogni popolo conquistato ha bisogno di una rivolta”.

Io guiderò la rivolta del Quartiere Paradiso. I giornali titoleranno: "Doria infiamma il quartiere", o "La pasionaria delle periferie dà fuoco alle polveri". Ma non sarà una rivolta violenta come nel film L'odio, dove non finisce proprio bene. Sarà una rivolta intelligente, senza alcuna violenza, dove ci si ribellerà per essere riconosciuti, tutti. Non ci sono solo il rap e il calcio nella vita. Come Rimbaud, porteremo dentro di noi "il singhiozzo degli Infami, il clamore dei Maledetti" […].

abbellimento tipografico