La parola letteraria - specie in tempi di precarietà come l’odierno - può essere dislocante, provocatoria di nuove prospettive e di mobilitare coscienze, emozioni, sentimenti politici, per perseguire altre forme d’esistenza e di convivenza. Perciò anche in questo ciclo si parla di letteratura e si parte dal concetto del “camminare”.
Le donne dopo aver conquistato, con difficoltà, lo spazio pubblico, si ritrovano, oggi, impedite nella loro libertà di muoversi per la città, a causa delle violenze sessuali in aumento ovunque (si parla di “femminicidio”): Rebecca Solnit è una critica d’arte impegnata nel sociale, che ha denunciato come San Francisco - una città da sempre luogo delle avanguardie artistiche e luogo di convivenza di comunità differenti, sia stata trasformata nel 2000 in una macchina per espellere gli abitanti non allineati con la New Economy, spopolando così le strade, prima ricche di vita ed allegria. Solnit sottolinea invece come una città possa dirsi tale, solo fin quando i suoi abitanti, qualunque cosa facciano e qualunque sia il loro reddito, possano camminare liberamente ed incontrarsi ‘casualmente’ per le strade.
“Camminare - spiega - è un atto culturale primario e un modo vitale per essere nel mondo, tanto più per le donne, limitate nei loro movimenti da possibili aggressioni, specie la notte. Possibile che come donna non si abbia diritto di libertà fuori dalle mura di casa, perché il mondo è pieno di sconosciuti, …desiderosi di farmi del male senz’altra motivazione che la mia appartenenza al genere femminile?” (Storia del camminare, Bruno Mondadori 2002).
Così Rebecca Solnit racconta di quando, a diciannove anni , per la prima volta avvertì l’impatto di questa mancanza di libertà:
“Cresciuta ai margini suburbani della campagna nei giorni in cui i bambini non erano ancora sorvegliati, mi ero mossa senza restrizioni tra la città e le colline. E a diciassette anni ero scappata a Parigi, dove gli uomini che, mi facevano proposte, mi erano sembrati più fastidiosi che temibili. Quando traslocai in un quartiere povero di San Francisco la cui vita di strada era meno vivace di quella del quartiere gay da cui provenivo, scoprii che le minacce che di giorno incombevano, di notte avevano più possibilità di concretizzarsi. Naturalmente non mi sentivo minacciata solo per via della povertà del quartiere e dell’ora notturna. Fu la scoperta più sconcertante della mia vita constatare di non avere diritto di esistenza, di libertà, di ricercare la felicità fuori delle mura di casa, accorgersi che il mondo era pieno di uomini che sembravano odiarmi […] rendermi conto che il sesso poteva tradursi così prontamente in violenza, e che a mala pena qualcun altro considerava tutto ciò un’istanza pubblica e non un problema privato. Fui avvisata di restare a casa di notte, di portare abiti informi, di cercare di somigliare a un uomo, di trasferirmi in una zona più facoltosa, di spostarmi in taxi… tutte versioni aggiornate delle mura greche e dei veli assiri. E tutte queste versioni ribadivano che spettava a me la responsabilità di controllare la mia propria condotta e quella degli uomini, e che non era compito della società rendersi garante della mia libertà”.
La strada - e questo riguarda uomini e donne - è lo spazio pubblico dove si può riunirsi, e parlare. E’ una scelta voluta - si chiede- che negli Usa non si pensi a creare luoghi in cui possano esprimersi le possibilità liberatorie e democratiche di riunione in pubblico? Non è caso, ricorda, che nel 1998, il sindaco di New York Giuliani stabilì che i pedoni interferivano con il traffico, e la polizia fu autorizzata a perseguirli e fece recintare i marciapiedi per impedire l’attraversamento. I cittadini però si ribellarono ed inscenarono dimostrazioni davanti alle barriere attraversando a casaccio per protesta. E tuttavia molte zone delle città dell’Ovest a grande espansione urbanistica, sono state costruite per lo più senza marciapiedi nei quartieri poveri come in quelli ricchi, segno ulteriore che la fine del camminare è sta intenzionalmente progettata. Le città rischiano di non essere democratiche quando alla vita di strada si sostituisce uno spazio diviso in aree recintate e sorvegliate con una circolazione riservata solo alle automobili. Teniamo presente questo monito affinchè non siamo travolti anche in Italia ed in Europa da questo modello.
Infatti “camminare è una delle costellazioni del cielo stellato, una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo aperto” (Solnit), e ogni luogo deve offrirci questa possibilità, come deve accogliere in varie forme l’umanità nella sua complessità.
Come scrive Antonietta Potente, che lavora e vive con famiglie campesinos a Cochabamba (Bolivia), oggi tutti “i giovani, gli anziani, quelli che stanno nel mezzo, abbiamo bisogno di riprenderci l’iniziativa di dire qualcosa nella storia e alla storia. Il risultato del neoliberismo è precisamente quello di togliere l'iniziativa alle persone e questo è ancora più negativo dell’ingiustizia economica, perché la precede; non ha tolto questa possibilità d’iniziativa ai popoli più malmessi dei vari continenti, ma anche ai popoli del Nord, cioè ai popoli esperti in democrazia. Mi sembra che la democrazia non esista più…C’è una politica, in Nord America, in America Latina e in tantissimi paesi europei, che non è più democratica. E’ una politica che toglie la decisione alle persone, cioè toglie il diritto di obbedire veramente alla vita” (La religiosità della vita, 2003).
Attraverso lo sguardo di diverse autrici vedremo proprio diverse forme di r-esistenza nell’abitare le periferie: una letteratura così contaminata da culture e lingue, inquietata da tensioni e passaggi, può costituire una casa in divenire, multipla e polifonica, per intaccare il pensiero unico, per reagire alla violenza delle immagini di guerra e di sfruttamento, così da modificare questo mondo. L’amica Kaha Mohamed Aden (relatrice al secondo incontro) sogna, in un suo racconto, una casa di carta fatta di tanti racconti, “un balcone sospeso in aria” e “proteso sull’Oceano Indiano” dove poter assorbire “le favole insieme allo iodio”. L’invito dunque è ad assorbire i racconti letti nel corso dei due incontri, ‘viaggiando’ fra le finestre che vengono così aperte sul pianeta, da Milano a Parigi, all’India al Camerun … e così via, fra immagini sorridenti e malinconiche, fra ingiustizie e utopie, cercando e lavorando per un altro abitare il pianeta.