Laureanda
Antonina Randazzo
Relatore
Francesco Indovina
Parlare del tempo implica affrontare un approccio al tema che coinvolgamolteplici
aspetti della vita degli uomini e della realtà sociale,il che significa
confrontarsi con molte delle discipline che del tempohanno fatto il proprio
campo di indagine.
Inoltre, riconoscere la dimensione del tempo come fondamentale nella vitadegli
individui e della loro organizzazione sociale, ivi compresa la città,vuol
dire essenzialmente parlare di diritti, individuali e di cittadinanza.Per
questa ragione, trattare del tempo della città significa anchetoccare
nodi problematici diversi.
Dunque, la riflessione sui tempi coinvolge più temi, attraversoi
quali si svolge il percorso di questa tesi. Percorso necessario per unatrattazione
esaustiva del tempo della città, e delle premesse sucui si basano
le azioni di cambiamento su di esso, specie attraverso lostrumento dei Piani
Regolatori degli Orari (Pro).
Operazione fondamentale di questa tesi è proprio quella di affrontarein
un'ottica globale argomenti e tematiche finora trattati separatamente.
L'ambito della riflessione
La dimensione dei tempi è di fondamentaleimportanza
per la comprensione delle relazioni che si svolgono nel territorioe nelle
città. A questa conclusione sono giunti sia i sociologiche gli studiosi
di geografia, tanto da dar vita a due filoni di studispecifici: della sociologia
del tempo[1]e della geografia del
tempo, la cui origine si fa risalire allacostituzione della Scuola
di Lund, in Svezia. Capostipite di questa fuTörstein Hägerstrand,
che negli anni Quaranta di questo secolorealizzò una ricerca in una
zona agraria svedese, studiandone imutamenti della struttura sociale nel
tempo.
Per i geografi del tempo, fondamentale è indagare la trama deiprocessi,
cioè delle relazioni in cui sono immerse le persone,e dei vincoli
che ne impediscono la realizzazione dei progetti di vita,visti come possibilità
di occupare posizioni nello spazio e neltempo.
L'eliminazione di tali vincoli è il finedi tali studi, pur nella
consapevolezza delle difficoltà in questosenso: la ricerca cioè
di nuove condizioni di equità, dipossibilità di libera scelta
di un percorso di vita piuttosto cheun altro.
Si tratta cioè di estendere il più ampio numero di chancesdi
vita al più grande numero di persone. La definizione "chancesdi
vita" è di Ralph Dahrendorf: nel suo saggio La libertàche
cambia[2] egli elabora una teoriache,
in sintesi, mira all'offerta di pari opportunità di vita atutti gli
individui, nella ricerca di nuove condizioni di equitàe di giustizia.
Di grande importanza in questo senso diviene la riorganizzazione del tempodi
lavoro, in maniera tale da consentire l'opportunità di sceglieree
mutare il proprio progetto di vita alternando lavoro e formazione, eda offrire
la possibilità di rendere libero il proprio tempo dallavoro in momenti
particolari o critici della vita.
Tutto questo ha come condicio sine qua non un ripensamento dell'eticadel
lavoro così come la conosciamo. È infatti ancora il tempodi
lavoro a strutturare fortemente la vita delle persone, secondo la concezioneeconomico-utilitaristica
e lavoro-centrica formatasi con l'affermazionedi quello che Weber definisce
. Tale concezione è però oggi in crisi,e non tanto o soltanto
a causa delle riflessioni di segno contrario prodotteda vari autori già
a partire dall'Ottocento, tese all'affermazionedi un tempo dell'individualità
e dell'ascolto di sé, di tempidiversi per i diversi
individui contro il tempoastratto della macchina[3]
che si imponenel nuovo universo della precisione[4],un
tempo che di conseguenza viene percepito come estraneo all'uomo, esterno,coercitivo.
I motivi sono invece altri, legati a due realtà che non èpiù
possibile ignorare. Il primo è dovuto al fatto che nell'attualestadio
di sviluppo si va verso una diminuzione strutturale dei posti dilavoro,
anche a causa dell'evolversi delle tecnologie cosiddette labour-saving.Ciò
impone la ridefinizione della centralitàdel tempo di lavoro: affinché
sia possibile aumentare il numerodei posti di lavoro disponibili, cosa in
parte possibile[5];perché la dimensione
lavorativa non sia l'unico pilastro per lastrutturazione dell'identità,
in una società in cui risultasempre più difficile trovare
un lavoro soddisfacente e gratificante,rispondente alle singole aspettative;
perché sia comunque possibile,pure in presenza di tali difficoltà,
offrire l'opportunitàdi migliorare la qualità del proprio
lavoro, anche cambiandolo,con l'accesso alla formazione continua; per offrire
la possibilitàdi disporre di tempo anche per attività diverse,
e spesso piùgratificanti, da quella lavorativa.
Il secondo processo, a mio avviso altrettanto irreversibile, che mettein
discussione la centralità del lavoro e del tempo ad esso dedicatoproviene
dalla riflessione femminile, a partire dall'analisi delle condizioniattraverso
le quali il Welfare state, che nella sua declinazioneattuale è
stato definito come "società del benesseree dei servizi",
assicura la propria esistenza. Schematicamente, essesi basano sulla diretta
responsabilizzazione della famiglia nell'allocazionedelle risorse offerte,
spostando dunque al suo interno le cause di scontento,e dunque il dissenso.
Tali condizioni generano una diversa strutturazionedei tempi maschili e
femminili, e quindi delle rispettive identità.
La definizione che in questo senso meglio riassume il ruolo della donnanella
società è quella della doppia presenza, chein modo
molto riduttivo può definirsi come un'alternarsi del ruolofemminile
tra il lavoro per il mercato e quello per la riproduzione. Ladonna collabora
cioè alla sussistenza e alla ricerca di condizionidi benessere per
la famiglia sia attraverso l'apporto monetario diretto,che come fornitrice
di servizi. Quest'ultima attività, che vieneritenuta come una vera
e propria forma di produzione, viene svolta siasotto forma di lavoro
di contatto, ossia di tramite con le istituzioni,sia come lavoro
di cura, sia come lavoro di trasformazione di genericherisorse e servizi,
standardizzati, alle esigenze specifiche della famiglia.
La stessa partecipazione femminile al mercato del lavoro è funzionalea
questo meccanismo, svolgendosi a particolari condizioni, riassumibilisecondo
il modello definito della presenza-assenza, cioèdella fuoriuscita
dal mercato del lavoro in determinate fasi del ciclodi vita (ad esempio
la nascita di figli, o la necessità di occuparsidella cura di anziani
e bambini).
Capire la condizione della doppia presenza èimportante per capire
la condizione delle donne: esse vivono nel passaggioconcreto da un universo
simbolico ad un altro, con le conseguenti continueridefinizioni di senso
che ne derivano. Tra i due mondi, quello del lavoroe quello della riproduzione,
si attua non una giustapposizione, bensìun'osmosi reciproca tra i
valori strumentali del primo e quelli espressividel secondo[6].
Per tutte queste ragioni, e per la rigidità dei tempi che ne deriva,le
donne rivendicano per prime una riappropriazione della libertàdi
scegliere il proprio percorso o corso di vita, la possibilitàdi
cambiarlo in qualsiasi momento nel rispetto di stili di vita differenti,il
diritto degli individui di far fronte ad eventi fondamentali e/o criticidella
vita, (come il riconoscimento sociale della maternità e nonpiù
il suo essere assimilato alla malattia), e lo scardinamentoconseguente della
centralità del lavoro.
Altra rivendicazione riguarda la riappropriazione del tempo per sé,un
tempo non finalizzato, riflessivo, definito come un tempo dell'interioritàche
consenta la crescita personale, e un'autogestione consapevole del propriotempo,
proprio per la ricomposizione dei diversi codici simbolici in cuici si muove.
Il tempo della città
La donna è dunque il soggetto più oberato dal lavoro,realtà che trova conferma nei dati dell'ultimo Rapporto sullosviluppo umano 1995. La parte delle donne, redatto dall'Onu. Ècioè il soggetto alle cui esigenze, in un'ottica di ricerca di pariopportunità, dovrebbe rispondere la città, il territorio,con infrastrutture, servizi e politiche adeguate.
Non è così. Anche la cittàè stata ordinata secondo il modello industriale-utilitaristico,attraverso lo strumento della zonizzazione funzionalista. La separazionespazio-temporale fra servizi, abitazioni e luoghi del lavoro penalizzail soggetto donna, a causa del suo doppio ruolo che vuol dire anche doppiadistanza[7]. Sebbene le relazioni spazialinon si svolgano più secondo le direttrici principali casa-lavoro-servizi,bensì secondo reti a scale diverse, la zonizzazione — funzionalistae non — impronta a tutt'oggi la struttura spazio-temporale della città,generando meccanismi di segregazione specie nei confronti delle fasce piùdeboli della popolazione (donne, giovani, anziani, bambini, immigrati,persone sole).
È di nuovo dalle donne che ha avvio la riflessionesul tema specifico del tempo della città, intesa sprincipalmentecome luogo di relazioni: il dibattito per una nuova gestione dei servizi,con la proposta di istituzione di banche del tempo[8];quello per una riappropriazione della scala del corpo nella città,nel rispetto specie di soggetti particolarmente svantaggiati; le propostedi legge per una revisione dei tempi di lavoro e di vita (del 1990 e del1995); l'avvio di politiche dei tempi della città ai fini dellastesura di Piani Regolatori degli Orari: per prima Alfonsina Rinaldi,sindaco di Modena, l'assesore Paola Manacorda a Milano, l'assessore IngeborgBauer-Polo a Bolzano e l'assessore Alba Giardina a Catania, per citarei quattro casi esaminati in questa tesi.
I Piani Regolatori degli Orari
Cosa sono i Pro? Si tratta di programmi, più che di piani prescrittivi.Tali
programmi vengono sviluppati attraverso la negoziazione e la consensualitàdi
tutti i soggetti interessati dai cambiamenti. I tipi di azione previstivariano
dalla ridefinizione degli orari di sportello dei servizi, all'adeguamentodegli
spazi — della città e dei servizi — all'accoglienza e all'agiofisico;
alla riorganizzazione dei trasporti, degli orari delle scuole edei negozi
sia per evitare la congestione della città negli oraridi punta e
il suo svuotamento in quelle di morbida, che per venire incontroalle diverse
esigenze degli utenti, specie per segmenti particolari dellapopolazione,
quali donne, anziani, bambini, residenti delle zone periferiche;alla gestione
delle pubbliche amministrazioni in maniera tale da diminuirelo spreco di
energie e di tempo degli utenti (certificazione automatizzata,snellimento
di code e attese, autocertificazione, spedizione a casa dicertificati, loro
richiesta telefonica, ecc.).
Sono azioni di apparentemente facile realizzazione. Apparentemente: gliorari
di una città, i suoi tempi, costituiscono un sistema in cuigli uni
interagiscono con gli altri, e il cambiamento in un punto qualsiasidel sistema
produce effetti, anche inattesi, su un altro. Se l'intentodi tali azioni
è poi quello di garantire condizioni di equitàper i cittadini,
è vero che si può anche verificare l'opposto,poiché
il rischio è di penalizzare certe categorie di cittadinilavoratori
(dei servizi soprattutto) interessati dai cambiamenti.
Quattro sono, come ho già accennato, i casi presi in esame. Essiriguardano
le città di Modena, Milano, Bolzano e Catania. La sceltasi deve alla
emblematicità di ogni singolo caso, che riassume possibilidiversi
modi di operare in altrettante peculiari realtà.
È Modena, nel 1989, la prima città ad avviare politiche deitempi,
in condizioni di totale sperimentazione e senza referenti di alcungenere,
neanche a livello legislativo (le due proposte di legge devonoancora essere
formulate e le prime leggi regionali devono ancora essereapprovate). Nel
progetto, denominato "Tempo e Orari della Città",si assume
come soggetto di riferimento la figura femminile, poichési ritiene
che rispondere alle sue esigenze garantisca il soddisfacimentodelle esigenze
generali dei cittadini. Le azioni cercano di garantire chele donne che lavorano
(la grande maggioranza a Modena) e le famiglie ingenerale, siano almeno
in parte sollevate dal e/o supportate nel lavorodi cura, attraverso un aumento
dell'offerta dei servizi per l'infanziae per gli anziani, e l'estensione
e la flessibilizzazione dei loro orari.Altre azioni riguardano le flessibilizzazione
degli orari del commercioe dell'artigianato di servizio, incentivando la
scelta di fasce orarienon convenzionali anche attraverso una accorta politica
di rilascio dellelicenze; la realizzazione di sportelli automatizzati polifunzionali.
Azioneinformativa fondamentale è poi la mappatura degli orari
dei servizicittadini, operazione realizzata o in programma anche negli
altri casi.
La successiva amministrazione avvia, in collaborazione con il Censis, unnuovo
progetto, estraneo al precedente, denominato "Patto per la mobilità",che
assume l'ottica delle azioni sulla mobilità cittadina, all'internodei
quali viene in parte sussunto il tema dei tempi cittadini. La nuovaottica
assunta appare riduttiva della ricchezza dell'approccio precedente,e allo
stato attuale l'amministrazione non sa ancora come fare rientrareil "Patto"
all'interno del "Progetto Tempo e Orari".La città di Milano
è invece la prima a realizzare un PianoRegolatore degli Orari, presentato
in tre volumi nel 1994, dopo un lungoiter di analisi e di studi preliminari.
Per la prima volta si mettono apunto gli strumenti per le analisi, le sperimentazioni
e per la gestionedella consensualità tra le parti in causa ai fini
della stesuradel piano. Come organi di gestione interni al Comune fondamentali
appaionol'Ufficio Tempi e Orari della Città, con personale che si
occupiesclusivamente della gestione, dell'elaborazione e dell'implementazionedelle
politiche di piano, e il Comitato Interassessorile, composto dagliassessori
dei settori comunali più interessati dai cambiamenti,che faccia da
referente istituzionale all'Ufficio Tempi.
Per quanto riguarda invece la gestione del dibattito e della consensualitàtra
il Comune e i soggetti esterni, vengono definiti il Protocollo (o Comitato)di
Intesa, costituito dai grandi soggetti istituzionali interessati: Comune,Prefettura,
Camera di Commercio e Sindacati; e la Consulta degli Orari,che raccoglie
invece tutti gli altri soggetti: utenti dei servizi, lavoratori,associazioni
femminili, associazioni di categoria, Commissioni per le PariOpportunità
e rappresentanze dei cittadini in generale.
La metodologia di azione per la stesura del Pianoè definita di tipo
bottom-up, cioè si elaborano deiprogetti che vengono successivamente
implementati in quartieri cittadiniper verificarne gli effetti ed estenderli
poi all'intera città.I risultati delle analisi preliminari di piano
sulle abitubini temporalidei cittadini, e quindi sui "tempi di vita"
della città[9],e quelli delle sperimentazioni
vengono tradotte in indicazioni di Piano,in programmi, appunto. Nella fase
attuale a Milano si sta procedendo all'attuazionedel piano, sempre per gradi
e per singoli progetti, seguendo in questocaso la metodologia inversa della
precedente, ossia top-down: leindicazioni di piano vengono in questo
caso applicate alla realtà.
Il caso di Bolzano è interessante perché, pur seguendo l'esempiomilanese,
cambia alquanto la metodologia per la stesura del Piano. Vienesaltata la
fase delle analisi preliminari, e vengono invece messi a puntosette
progetti pilota, da cui verranno tratte le indicazioni generalidi piano.
Cioè la metodologia è in toto di tipo bottom-up.Ogni
progetto pilota consta di tre fasi: di avvio, di studi e proposte,di attuazione
e monitoraggio. Attualmente si è giunti per quasitutti i progetti
alla fase di monitoraggio; sulla base dei suoi risultativerranno elaborati
i programmi da estendere all'intera città. Oltrea ciò, si
stanno formalizzando gli organi istituzionali di cui siè parlato
(Protocollo d'Intesa, Comitato Interassessorile, Consultadegli Orari), e
si sta procedendo all'inserimento del già esistenteUfficio Piano
Regolatore degli Orari nell'organico comunale, come UfficioTempi e Orari.
Certo la metodologia seguita a Bolzano può funzionare in una piccolacittà,
più che in una realtà più complessacome quella milanese.
Colpisce comunque la determinazione e la speditezzacon cui si va avanti
nel progetto di stesura del Piano, e per il fattoche da subito per esso
sono state stanziate risorse e costituito un teamdi lavoro — composto da
due persone, un'urbanista e un sociologo, per quantogià lo stesso
risulti in questa fase insufficiente.
Non si può dire lo stesso per Catania. Il caso è interessantepoiché
si tratta del primo comune del sud ad aver avviato le sperimentazionisui
tempi: poche altre città, per il momento solo come dichiarazioned'intenti,
hanno in programma di farlo. Altro motivo di interesse èil fatto
che si sia avviato tale processo in una realtà con problemiben più
pressanti e di difficile gestione politica. È perciòapprezzabile
lo sforzo fatto dai soggetti mobilitati, ma i risultati nonsono minimamente
paragonabili a quelli degli altri casi esaminati. Ciònon per incapacità
o disinteresse, bensì per un motivo meramenteoggettivo: tutte le
persone che lavorano al progetto sono dipendenti comunalicon altre mansioni
da espletare; non esiste cioè del personale unicamentepresposto all'elaborazione
di politiche dei tempi. Le azioni piùinteressanti riguardano così
l'adeguamento degli orari dei serviziscolastici e la costituzione di un
servizio di post-scuola per le esigenzedei genitori che lavorano, poiché
l'assessore con delega ai tempie la coordinatrice del Gruppo di Lavoro che
si è costituito afferisconoall'Assessorato alla Pubblica Istruzione.
Come strumento per sensibilizzarela cittadinanza e rendere visibile il progetto,
e per avere delle prime,anche se parziali indicazioni sulle esigenze temporali
degli abitanti,si è messo a punto ed è stato distribuito un
questionario,i cui risultati sono stati analizzati da due ricercatrici della
localeuniversità.
Alcune considerazioni
È ancora aperto il dibattito tra urbanistie sociologi
se sia meglio, come sostengono i primi, inserire le azionisui tempi in un
Piano, o piuttosto parlare, in una realtà sistemicaed eterogenea,
di politiche dei tempi, che è l'avviso dei secondi.In ogni caso,
per la pregnanza che assume il tema riguardo alla gestionedella città
come luogo di relazioni, come sistema spazio-temporale,e per quelle azioni
che più direttamente riguardano la gestionedello spazio urbano[10],
è auspicabileche le politiche dei tempi vengano coordinate con la
strumentazione urbanistica,cosa invece non prevista nemmeno dalla recente
proposta per la nuova leggeurbanistica. Altre azioni auspicabili sono l'approvazione
di una leggenazionale sui tempi che dia indicazioni precise ai Comuni che
si voglianodotare di un Pro o vogliano realizzare politiche dei tempi; un
coordinamentoa livello nazionale delle esperienze in atto, con la gestione
delle informazioniattraverso un centro nazionale facilmente contattabile
dai Comuni interessati.Ciò dovrebbe essere fatto in tempo reale,
poiché queste esperienzesono in continuo evoluzione.
In ogni caso, il perseguimento di politiche dei tempi come politiche deidiritti
all'autogestione del tempo e, per dirla con i geografi del tempo,dei progetti
di vita, non merita di essere ignorato o, al limite, abbandonato.
Note
1
Opera di riferimento fondamentale è Zerubavel E., Ritmi nascosti.Orari
e caledari nella vita sociale, Il Mulino, Bologna, 1985. Cfr.anche
Tabboni S., La rappresentazione sociale del tempo, Angeli,Milano,
1984 e, della stessa, "Il tempo e lo spazio nella teoria sociologica",in
Rassegna Italiana di Sociologia, XXVI, n. 4, ott.-dic. 1985.
2
Dahrendorf R., La libertà che cambia, Laterza, Roma-Bari,1994.
3
Cfr. in particolare Lukács G., Storia e coscienza di classe,Sugarco,
Milano, 1970, e Mumford L., Tecnica e cultura, Mondadori, Milano,1968.
4
Cfr. Koyré A., Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione,Einaudi,
Torino, 1992.
5
Cfr. De Vincenti C. e Galli G. (a cura di), Valutazione dell'impattooccupazionale
e dei costi della proposta sulla riduzione dell'orario dilavoro, in
Gruppo Progressisti-Federativo della Camera dei Deputati(a cura di), Tempi
di lavoro, tempi di vita, mimeo, 1995.
6
Questo è uno dei motivi per cui l'occupazione femminile èconcentrata
perlopiù nel settore dei servizi, e in generale in quelleattività
che presuppongono rapporti di cura e relazioni interpersonali,a carattere
espressivo, appunto. Per converso, si è avuta una "professionalizzazione"del
lavoro familiare (domestico e di cura).
7
La definizione è in Vittadini M.R., La città accessibile,in
Balbo L. (a cura di), Tempi di vita. Studi e proposte per cambiarli,Feltrinelli,
Milano, 1991.
8
Si tratta di associazioni di cittadini per lo scambio reciproco di servizisotto
forma di tempo messo a disposizione dai singoli. Il Comune si fagarante
della serietà dell'associazione, di un sostegno in terminipratici
e di divulgazione di informazioni e di una nuova cultura dei servizi.Rispetto
al volontariato, lo scambio paritario fa sì che non sicrei il rapporto,
squilibrato, fra assistito e "donatore".
9
Queste analisi vengono definite di tipo secondario, poiché
sono frutto non di ricerche ad hoc, bensì della rielaborazionedi
analisi già esiStenti.
10
Tali sono tutte le iniziative che riguardano la redistribuzione dei flussidi
mobilità cittadina, quelle di costituzione di specifici centridi
servizi per uomini d'affari (denominati business-center e inprogramma
a Milano e Bolzano), di accoglienza (come il progetto per lacostituzione
di Porte della città in programma a Bolzano),di centri per
lo scambio intermodale che siano anche centri servizi attraversol'organizzazione
di sportelli automatizzati di tipo Bancomat che forniscanocertificati, informazioni
e titoli di viaggio, ecc.